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Una Mano per i Bambini

Melo Malus domestica (Pyrus malus)

Melo
Non ci sono dubbi sul fatto che la mela abbia sempre avuto un posto di rilievo nel nostro immaginario, grazie alle innumerevoli virtù che ad essa sono attribuite, basti pensare al detto “un mela al giorno toglie il medico di torno” ed al fatto che questo frutto sia il più rappresentato dalla moderna dietologia. Sicuramente la presenza per gran parte dell’anno, la facile portabilità (che la rende molto pratica per gli spuntini) e, non ultime, le caratteristiche alimentari giustificano la posizione di rilievo che occupa presso gli alimentaristi.

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Appartiene alla famiglia delle Rosaceae, al genere Malus, è specie tipica delle zone temperate fredde. Grazie però alla sua grande variabilità genetica si è diffusa anche nelle zon temperato calde. Le specie più diffuse appartengono alla sezione Eumalus, a sua volta suddivisa in due sottosezioni chiamate Baccatae e Pumilae, caratterizzate da foglie a bordi interi e frutti con polpa priva di sclereidi. Per quanto riguarda la sottosezione Baccata e, comprendenti frutti non eduli, ricordiamo Malus baccata, Malus floribunda e Malus hupehensis. Il M. baccata, originario della Siberia e della Cina è particolarmente resistente alle basse temperature. Nei climi più temperati questa specie ha solo interesse ornamentale e per la sua abbondante fioritura anche come impollinatrice del melo comune. Il M. floribunda, diffusa anch’essa come pianta ornamentale, è inoltre noto per la sua particolare resistenza alla ticchiolatura ed un clone di questo è stato usato nel miglioramento genetico per ottenere cultivar resistenti a questo patogeno. Nella sottosezione Pumilae, con frutti per lo più eduli, ricordiamo il M. silvestris, il comune melo selvatico diffuso nell’Europa settentrionale, M. pumila (=M. domestica e = M. communis) originario del Caucaso e comprendente la maggior parte delle cultivar da tavola. A queste specie appartengono anche i più comuni portinnesti del melo.

I nutrizionisti rilevano che in ogni 100 grammi diprodotto commestibile sono mediamente contenute:

Composizione chimica Unità di misura Valore per 100 g. di parte edile
Parte edile % 94
Acqua g. 85
Proteine g. 0,2
Lipidi g. 0,1
Glucidi disponibili g. 11
Fibra g. 2
Energia Kcal 45
Sali minerali g. 4

Sono presenti anche 4 grammi di sali minerali tra cui Potassio, Zolfo, Fosforo, Calcio, Magnesio, Sodio, Ferro, Oltre a Rame, Iodio, Zinco, Manganese e Silicio. La mela è anche ricca di Vitamine C, PP, B1,B2, A e contiene inoltre acido malico (circa 0.6-1,3 grammi). Sia nella polpa che nella buccia sono inoltre presenti sostanze denominate eteri, tannini, alcoli, aldeidi ed un elevato numero di terpeni che rende infinitamente vario il profumo ed il sapore delle mele. Naturalmente i valori che abbiamo elencato possono subire variazioni a seconda del grado di maturazione e della qualità dello stesso frutto. I contenuti dal punto di vista nutrizionali sono completi ed equilibrati e per questo motivo a far si che la mela evidenzi proprietà importanti che contribuiscono a dare attenzione alla sua capacità di ridare giovinezza ai tessuti e di mantenere un generale benessere fisico.

Questo frutto ha evidenziato nella cultura cattolica un alto valore simbolico assumendo le vesti del frutto proibito nel paradiso terrestre, merito del suo sapore e delle sue proprietà. Nell̵arco dei tempi ha tramandato la sua fama di regina della seduzione non soltanto nella tradizione biblica ma anche nella mitologia con particolare riferimento ai greci. Pensiamo alla mela che Paride diede alla bellissima Venere, scatenando la guerra di Troia, o alle mele d’oro che Ercole fu costretto a sottrarre alle Esperidi. Sono passate alla storia anche le mele di Ippomene che distraendo Atlanta, gli permisero di vincerla alla corsa e sposarla. Nella mitologia scandinava troviamo invece la mela dell’eterna giovinezza che Indhunn teneva ad Asgard, e quella lanciata da una donna dell’isola della Vita a Conle, che lo nutrì per un mese facendolo spasimare d’amore. Nei giardini c’erano alberi di mele in gran quantità e le mele del principe Ahmed curavano ogni male. Ma non erano solo i mortali e gli eroi della mitologia ad amare le mele anche gli Dei cedevano alla loro seduzione. Zeus aveva il suo albero personale affidato agli Esperidi e gli Dei dell’antico Egitto ricevevano in dono ceste colme di mele. Perfino presso gli Irochinesi, indiani del Nord America un tempo fra i più potenti,  un albero di mele era ritenuto il centro del cielo. Credenze che superano qualsiasi confine geografico e culturale, come nei paesi del Nord Europa e in alcuni misteriosi riti vodoo dell’America Centrale, dove la mela serviva e serve per preparare potenti filtri d’amore. Anche nel medioevo sono presenti racconti con protagonista delle mele, anche se in questo caso risultavano essere fatate o che donavano l’immortalità. Durante il Sacro Romano Impero questo frutto assunse il simbolo di potere e secondo Dante Alighieri, di Dio stesso. Guglielmo Tell invece centrava una mela posta sul capo del figlio e diventava l’eroe nazionale svizzero. Una provvidenziale mela caduta in testa ad Isaac Newton, sembra abbia permesso di intuire il meccanismo della gravità. Infine se oggi si dice “La grande mela” si interpreta la città di New York come mito della vita moderna.
La maggior parte delle cultivar è diploide (2n=34 cromosomi), ma non sono rare cultivar triploidi (3n=51 cromosomi) originatesi per mancata divisione riduzionale di uno dei due gameti.
I fori sono ermafroditi e raggruppati in infiorescenze (corimbi), portati da gemme miste che si differenziano l’anno precedente quello della fioritura (solitamente in Luglio). Il fiore del melo è quello tipico delle Rosaceae con un perianzio pentamero con petali bianchi, grandi (rosei quando sono in boccio), sepali persistenti intorno al calice e androceo costituito da circa 20 stami. L’ovario è infero, composto da 5 carpelli e ciascuno dei quali contenete due ovuli che, se fecondati, daranno origine a 10 semi. Il pistillo è diviso in 5 stili congiunti alla base.
Verso la fine dell’inverno ha luogo la microsporogenesi mentre la macrosporogenesi ha inizio al momento dell’apertura dei fiori al corimbo con completamento della megaspora alla schiusura dei fiori. La fioritura dura, solitamente, dai 15 ai 25 giorni e, in Val Padana, si completa per lo più entro Aprile, anche se a volte può protrarsi fino ai primi di Maggio.

L’impollinazione del melo è principalmente entomofila e nonostante i fiori siano ermafroditi, non si ha autofecondazione per incompatibilità gametofitica dovuta alla presenza di due geni (S1, S2) e tre geni nelle triploidi. L’autoincompatibilità gametofitica non esclude che in alcune cultivar, in certe favorevoli condizioni climatiche e quando il periodo utile di impollinazione sia piuttosto lungo, vi possa essere parziale autocompatibilità.
La sterilità nel melo può dipendere anche dall’alterazione del numero cromosomico (sterilità citologica) e ne sono un esempio le cultivar triploidi in cui si ha una scarsa quantità di polline e per di più incapacità di germinare regolarmente e di conseguenza inadatte alla fecondazione.
Nelle cultivar oggi diffuse l’assenza di semi, dovuta alla mancata fecondazione o ad eventi atmosferici (es. gelate) che hanno colpito l’embrione o il seme ancora giovane, porta generalmente ad una precoce cascola. Al contrario anche un solo seme permette al frutto di svilupparsi e giungere a maturazione, anche se risulterà di forma irregolare e pezzatura scarsa.

Nel melo abbiamo anche specie apodittiche capaci di dare semi senza che vi sia stata fecondazione. Infatti nel tessuto nucellare si ha il sorgere di zone meristematiche che originano embrioni somatici, oppure le cellule madri delle ginospore anziché sottostare a meiosi originano un falso uovo con un numero cromosomico 2n, che si accresce come se fosse stato fecondato. Il fenomeno detto apogamia della fruttificazione è proprio anche degli agrumi.
Il melo è pianta che resiste bene alle minime termiche invernali anche se essendo una tra le piante arboree da frutto a fiorire, non tende ad avere problemi di danneggiamento da parte delle gelat tardive. La coltura è sconsigliata nei climi caldo-aridi in quanto tale clima non permette il soddisfacimento del fabbisogno in freddo e di conseguenza le produzioni risulterebbero scadenti a meno che non si utilizzano cultivar a scarso fabbisogno in freddo.
Le zone più adatte sono quelle leggermente ventilate (che impediscono i ristagni di umidità nell’aria condizione favorevole allo sviluppo della ticchiolatura e della rugginosità dell’epidermide) e in cui possibilmente, tra Settembre e Ottobre, vi siano escursioni termiche sensibili tra il giorno e la notte (in quanto ciò favorisce una buona colorazione, buone caratteristiche organolettiche ed una buona serbevolezza del frutto). Un’eccessiva ventilazione danneggia però la fioritura ed i frutti, mentre nelle zone troppo soleggiate possono aversi scottature sui medesimi. Altri danni sono provocati da abbondanti precipitazioni nel periodo della fioritura che ostacolano il volo dei pronubi.
Nel melo non esistono particolari esigenze nei confronti del terreno anche perché oggi si dispone di una grande scelta di portainnesti che si possono usare a seconda delle diverse situazioni pedologiche. I terreni più adatti, come per tutte le piante arboree da frutto, sono in quelli profondi, permeabili e freschi. Sconsigliati sono quelli eccessivamente sciolti o troppo compatti o con calcare in elevate percentuali.
I tipi di propagazione che si possono usare, come nella maggio parte delle specie frutticole, sono quella da seme e quella agamica. La propagazione per seme risulta essere adatta e finalizzata alla prduzione di portainnesti franchi o impiegata per scopi di miglioramento genetico. Per quanto riguarda la propagazione dei portinnesti, essa è agamica e può avvenire per radicazione diretta mediante margotta di ceppaia, talea di ramo e per propaggine. Altri metodi sono la moltiplicazione in vitro e la talea semilegnosa che però hanno ottenuto fino ad ora scarsa applicazione commerciale. La propagazione per margotta di ceppaia è impiegata nel melo per tutti i portainnesti ma, visto il considerevole quantitativo di manodopera richiesto, si sta porgendo sempre maggiore attenzione alle tecniche di moltiplicazione per talea.
Il materiale necessario alla propagazione per talea di ramo si può prelevare dalla ceppaia, conservandolo al freddo in materiali come sabbia o segatura in attesa della primavera. La propagazione per talea legnosa trova pratico impiego solo per i portainnesti di più agevole radicazione e richiede l’applicazione di prodotti ormonici e/o del riscaldamento basale per ottenere elevate percentuali di radicazione.

Moltiplicazione in vitro
Questo tipo di moltiplicazione presenta delle prospettive interessanti per meleti ad elevata densità e per l’eventuale diffusione del frutteto-prato per il quale è importante disporre di astoni di costo contenuto. La moltiplicazione in vitro  può essere applicata alla propagazione di portinnesti e delle cultivar. Per i portainnesti è una tecnica ancora poco utilizzata e nelle cultivar è ancora allo stadio sperimentale. Le cultivar franche di piede presentano infatti una vigoria che non è controllabile come avviene con l’innesto sui portinnesti clonali e può portare a conseguenze agronomiche negative (ritardo nella messa a frutto,alberi eccessivamente vigorosi e difficilmente controllabili, perdita del carattere spur per le cultivar che lo possiedono, ecc…). Ovviamente anche l’adattabilità ai vari tipi di suolo va verificata, cultivar per cultivar.

Innesto
La propagazione delle cultivar avviene per innesto della cultivar desiderata su semenzali della stessa specie (franchi) oppure su portainnesti clonali (propagati agamicamente). In vivaio viene adottato soprattutto l’innesto a gemma dormiente a fine estate oppure il triangolo o lo spacco a fine inverno o poco prima della ripresa vegetativa. Quando il diametro del soggetto è di dimensioni notevoli, come può avvenire per il reinnesto, l’innesto più adatto è quello a corona da eseguire in Aprile-Maggio.
Gli innesti a spacco o a triangolo possono venire eseguiti anche al tavolo, provvedendo quindi a piantare i portinnesti innestati con cure colturali molto assidue. Nell’arco di 6-8 mesi si possono ottenere piante sufficientemente sviluppate da poter essere messa a dimora, anche se in genere totalmente prive di rami anticipati e di scarso diametro al colletto. La tecnica consente al vivaista una certa elasticità nella produzione e soprattutto di rispondere a richieste pervenute in ritardo rispetto alla normale programmazione del vivaio.
Esiste una grande varietà di portainnesti, tale da rendere il melo una specie facilmente adattabile a qualsiasi tipo di terreno. Fin da epoche lontane era conosciuto il “ParadisoÝ un melo franco piccolo e compatto e il “Dolcino”, i quali sono stati spesso classificati in modi diversi. Nel 1879 si isolò il Paradiso giallo di Mertz ora noto come M9 che attualmente è il portinnesto nanizzante di melo più diffuso. Il miglioramento genetico dei p.i. del melo è stato condotto prevalentemente in Inghilterra (a East Malling nel Kent) ed in seguito anche in Francia, in Polonia, U.S.A., ecc.. L’interesse non è stato rivolto tanto all’adattabilità ai diversi tipi di suolo, bensì all’ottenimento di soggetti che inducessero scarsa vigoria al nesto (questo ha poi aperto la strada agli impianti ad alta densità). Oggi è comunque possibile ottenere alberi di modesto sviluppo anche scegliendo opportunamente le cultivar.

Franco
Era il soggetto più utilizzato in tutti i paesi anche se oggi, almeno nei paesi Europei, risulta quasi completamente sostituito da soggetti ottenuti per via agamica. Le cultivar innestate  su franco danno origine a piante di rilevanti dimensioni con alcune apprezzabili caratteristiche come un buon adattamento a diversi tipi di terreno, buona resistenza al marciume del colletto, una certa resistenza ai ristagni di umidità, a nematodi e verticillosi ed un’elevata produttività (una volta raggiunto il completo sviluppo).
La lenta entrata in produzione, oltre all’elevata vigoria, ne ha però segnato il progressivo disuso, fino al quasi completo abbandono negli impianti specializzati per ottenere nuove pianta si impiegano di solito i semi delle Delicious rosse oltre a Golden Delicious, ecc.. Da evitare sono ovviamente le cultivar triploidi come la Stayman.
Un problema è costituito dalla grande variabilità dei semenzali dovuta alla eterozigosi tipica della specie. L’uniformità degli impianti su franco è solo apparente in quanto la potatura permette di attenuare e mascherare le differenze di vigoria che possono esistere tra un albero e l’altro.

Portinnesti clonali
Sono oggi largamente impiegati in tutta l’Europa occidentale. In Italia sono attualmente in uso quasi esclusivamente portainnesti selezionati in Inghilterra e sono suddivisi in due grandi gruppi: quelli della serie East Malling (indicati con la lettera M seguita da un numero dall’1 al 27) e quelli della serie Malling Merton (contrassegnati dalla sigla MM seguita da un numero dal 1001 al 115). Questi ultimi sono derivati dall’incrocio di alcuni tipi della prima serie con la cultivar Northern Spy, che è resistente all’afide laniero, carattere che è stato trasmesso alla discendenza in quanto dominante. Nella serie E.M. l’M26 e l’M27 derivano da reincroci tra soggetti della stessa serie. La vigoria della pianta bimembre varia non solo in dipendenza di ogni specifica combinazione, ma anche in rapporto alle condizioni podologiche e climatiche.

Portainnesti poco vigorosi: M27, M9, M26
I tre portainnesti oggi più usati sono: M27, M9, M26, in ordine di crescente vigoria, si adattano anche a terreni pesanti e di scarso drenaggio in virtù di un apparato radicale superficiale. Per questo stesso motivo inducono però scarso ancoraggio alle piante, che necessitano di sostegni . In terreni fertili questi portainnesti sono i più indicati, in quanto non inducono eccessiva attività vegetativa, che in genere è relativamente correlata alla precocità di entrata in produzione. E’ però questo, un aspetto legato anche alle caratteristiche della cultivar usata (le varietà spur richiedono portainnesti di media vigoria, per sopperire al loro intrinseco ridotto sviluppo).
  • M27 – (M13 X M9). E’ attualmente il soggetto meno vigoroso, la cui scarsa vigoria rappresenta una possibile alternativa all’M9 nei casi in cui questo non limiti sufficientemente lo sviluppo dell’albero. Presenta una efficienza produttiva molto elevata simile a quella di M9, con una entrata in produzione molto precoce. L’apparato radicale è ridotto e superficiale, e quindi richiede l’uso di sostegni. Non è pollonifero, esige un terreno molto fertile e di costante freschezza per facilitarne l’ingrossamento dei frutti. Pur essendo interessante non è particolarmente usato.
  • M9 (Paradiso giallo di Mertz). Tra i soggetti di scarso vigore è il più utilizzato negli impianti commerciali ad alta densità. Dà origine a piante di taglia contenuta che a volte entrano in produzione sin dal 2° anno della piantagione, la produttività è elevata e da frutti di pezzatura leggermente più grossi e talora più consistenti. Accentua talora i toni rossi della buccia e per questa ragione è stato ritenuto inadatto per la Granny Smith nel timore che possa deprezzarla commercialmente. E’ particolarmente esigente, richiedendo terreni freschi, ben dotati di sostanza organica ed elementi nutritivi. Nei terreni di buona fertilità, e con cultivar vigorose, la riduzione dello sviluppo è minore e difficilmente si ottengono soggetti adatti all’esecuzione della raccolta e della potatura solo da terra. L’apparato radicale è molto ridotto in ampiezza e poco sviluppato in profondità ed è questo il motivo per cui vi è l’esigenza di applicare un sostegno ad ogni albero. Un tale apparato radicale possiede inoltre una discreta resistenza a eventuali ristagni di umidità, ma è particolarmente sensibile alla siccità. L’M9 è sensibile all’afide lanigero e soprattutto al Bacterium tumefaciens, poco resistente al freddo e molto resistente al marciume del colletto.
  • M26 (M9 X M16). Dà origine a piante di sviluppo superiore rispetto a quelle innestate su M9, col quale può essere a volte confuso. Rispetto all’M9 presenta un miglior ancoraggio, in quanto l’apparato radicale è più espanso in profondità, ma possiede una minor efficienza produttiva. E’ un buon portinnesto per le cultivar vigorose o per cultivar spur non eccessivamente deboli. Entra in produzione molto precocemente e offre frutti di qualità e pezzatura analoghi a quelli dell’M9 anche se tendono ad essere meno ricchi di Ca, fatto questo che causa una maggiore sensibilità alla butteratura amara durante la conservazione. Rispetto all’M9 è un po’ meno resistente alla Phytophtora cactorum, al contrario resiste bene agli attacchi di Agrobacterium tumefaciens. Come M9 spesso presenta un’ingrossatura al di sopra del punto d’innesto soprattutto nelle tripodi e quindi più vigorose.

Portainnesti di medio vigore: M7, M4, MM106
  • M7 (Vera Renetta o Paradiso Inglese). E’ un portinnesto un tempo abbastanza usato ma ultimamente tenuto in epoca considerazione in quanto piuttosto pollonifero e sensibile al marciume del colletto oltre al tumore radicale
  • M4 (Dolcino Giallo o Dolcino di Holstein). Appena più vigoroso di M7, conferisce uno sviluppo molto variabile a seconda delle cultivar e del terreno (se questo è povero si ottiene una vigoria molto sensibile a quella di M9). Non è sempre affine con tutte le cultivar ed ha apparato radicale superficiale che rende obbligatorio l’uso dei sostegni.
  • MM106 (Northern Spy x M1). Forse il più usato nelle moderne piantagioni in quanto, nonostante abbia una vigoria superiore a quella di M9 e M26 è dotato di una efficienza simile ad M9 e di una rapida entrata in produzione. Molto buona è la sua moltiplicazione in vivaio, sia per margotta di ceppaia che per talea. L’Apparato radicale è molto espanso ed offre un ancoraggio superiore ad M7. Solo nei primi anni può essere richiesto un sostegno. Non è pollonifero, predilige terreni freschi e fertili, reme i ristagni idrici. Resiste abbastanza bene al freddo ed è molto resistente all’afide lanigero.

Portainnesti vigorosi: MM111, M2, MM104
  • MM111. Questo soggetto dà origine a piante paragonabili a quelle ottenibili da M2 o appena meno vigorose. Resiste all’afide lanigero, si moltiplica molto bene per margotta di ceppaia o semplice talea legnosa, l’apparto radicale è espanso e non necessita di sostegno. Rispetto a M2 ha una più veloce entrata in produzione, maggiore produttività, più  resistenza all’umidità. E’ un soggetto adatto per cultivar deboli e per terreni poveri, è poco sensibile al marciume del colletto, ai tumuri e ai marciumi radicali. Sembra particolarmente indicato per i cloni spur per ottenere piante mediamente vigorose.
  • MM109. Questo soggetto dà origine a piante assai vigorose, molto vicine come sviluppo a quelle ottenibili dal Franco, col vantaggio di entrate prima in produzione. Ha una buona moltiplicazione per margotta di ceppaia. La ripresa del trapianto e l’affinità sono ottime, unico problema è rappresentato dalla sua sensibilità all’oidio, che crea difficoltà in vivaio. Non pollonifero, è resistente sia al marciume del colletto che all’afide laniero, è dotato di un’apparato radicale espanso e robusto, anche se spesso superficiale soprattutto nei terreni umidi, in cui è richiesta l’installazione di sostegni. In vivaio si presenta con una ridotta vigoria.
  • M2 (Dolcino francese o Paradiso inglese). Soggetto molto usato in passato e che si tende a sostituire con soggetti di analoga vigoria della serie MM. E’ stato molto usato in quanto consentiva di sfruttare le caratteristiche  positive di un portinnesto clonale di facile moltiplicazione, di vigore molto vicino al franco, di buon ancoraggio e scarsamente pollonifero. Risulta inoltre adattabile a diversi tipi di terreno e abbastanza resistente alle gelate precoci.
  • MM104 (M2 X Northern Spy). Dà origine a piante di vigoria maggiore di quelle ottenute con M2, rispetto alle quali risulta meglio ancorato e non pollonifero. Entra velocemente in produzione ed è abbastanza resistente al freddo, alla Phitophtora cactorum ed alla siccità.

Altri portainnesti clonali
Esistono oggi altre “serie” di portainnesti clonali, tra i quali si possono citare quelli selezionati negli USA, con la serie MAC (es. MAC9, derivano da libera impollinazione dell’M9) e quelli selezionati in Polonia. Nel nostro Paese non sono ancora diffusi.
Al momento dell’impianto del frutteto l’agricoltore dovrà prendere in considerazione tutti i parametri onde valorizzare le caratteristiche dei soggetti in quanto, la distanza di impianto e la scelta del portinnesto non sono poi suscettibili di variazioni nel corso degli anni. Nel caso del melo, con l’appropriato uso dei portainnesti si può approssimativamente prevedere lo sviluppo degli alberi e l’entrata in produzione, nonché controllare e superare avversità pedoclimatiche e parassitarie ed influenzare le caratteristiche qualitative dei frutti. Per il mercato fresco, ad esempio, importanti sono il colore e la pezzatura ottenibili facilmente da piante a mole ridotta e con elevato rapporto superficie/volume (per diminuire le zone improduttive della chioma).
Le lavorazioni, le concimazioni e le irrigazioni sono i tre interventi più rilevanti ed hanno il compito di creare un habitat favorevole allo sviluppo dell’apparato radicale. Per quanto rigarda il melo occorre ricordare che in un terreno normale, la massa capillizia, alla quale è affidato il compito di assorbire le sostanze nutritive, si estende tra i 20 e i 70 cm di profondità. A differenza di quanto accade per il pesco, l’apparato radicale può intersecarsi con quello delle piante contigue.
La scelta del tipo di conduzione del meleto va effettuata caso per caso in base alle condizioni in cui si opera, per preservare la fertilità intrinseca del suolo.
Tra i lavori di reimpianto ricordiamo quindi lo scasso e la creazione di un impianto di drenaggio, sia a celo aperto che sotterraneo.
Le lavorazioni ordinarie hanno per lo più lo scopo di controllare la flora infestante e limitarne la competizione nei confronti della coltura.
Questo scopo è normalmente perseguibile in vari modi:
  1. Ripetute erpicature superficiali, rappresenta il più diffuso in pianura ed in assenza di irrigazione.
  2. Inerbimento permanente con controllo chimico dell’erba lungo il filare e sfalcio ripetuto nell’interfilare e richiede l’irrigazione se il regime pluviometrico non è favorevole.
  3. Pacciamatura lungo la fila con materiale inerte.
Diverse sono le forme di allevamento del melo e mentre un tempo erano diffuse le forme tradizionali in volume ora ci si orienta verso le forme di allevamento più ridotte, idonee per impianti a meia ed alta intensità. Questa tendenza rispecchia la necessità di ridurre l’impiego della manodopera, contenere i costi di produzione per mezzo di una più accentuata meccanizzazione delle operazioni colturali, ed anticipare l’entrata in produzione. Bisogna però ricordare come stia assumendo sempre maggiore importanza la capacità di intercettazione della luce da parte della chioma, legata all’efficienza fotosintetica infatti le forme di allevamento più ridotte consentono una diminuzione della porzione di chioma insufficientemente illuminata e quindi improduttiva.
L’intensità luminosa scende rapidamente all’interno della chioma, già a pochi centimetri dall’esterno si può essere sotto il 30% della radiazione incidente. Il valore-soglia per assicurare una buona qualità dei frutti ed una adeguata differenziazione a fiore è intorno al 30% della radiazione incidente totale. Per ottenere un maggior sfruttamento del suolo si è inoltre passati dai frutteti a fila singola a quelli a fila multipla, doppia o tripla. Altre tecniche come la siepe, l’occupazione totale del terreno, la tecnica olandese con file ravvicinate a 1,80 m, dove le macchine lavorano soprachioma, sono più adatte alle condizioni Nord-europee, ove sono state ideate e realizzate. Nei terreni alluvionali fertili della Pianura Padana non sono realizzabili, mentre nei territori montani tali sistemi risultano di difficile meccanizzazione, per cui in genere si utilizzano impianti a fila singola. Con file singole la distanza tra una fila e l’altra deve essere grosso modo pari all’altezza degli alberi, per avere una sufficiente illuminazione nella parte inferiore della chioma. Questo parametro è legato alla latitudine ed allo sviluppo in spessore della chioma.
Tale distanza è in pratica determinata dal dover consentire il passaggio delle macchine, per cui non è mai inferiore ai quattro metri. In terreni fertili di pianura anche con portainnesti deboli, non si hanno comunque altezze inferiori ai 3-3,5 m. La scelta del sesto è legata, oltre che alla necessità di consentire il passaggio delle macchine, alla combinazione cultivar/portinnesto ed alla forma d’allevamento. Lo scopo è di massimizzare l’intercettazione della luce e di sfruttare al massimo la copertura del terreno, senza penalizzare la effettuazione delle operazioni colturali.
Nei moderni impianti di melo, le forme d’allevamento usate sono essenzialmente due:
  1. la palmetta, nelle sue varianti
  2. il fusetto
Entrambe queste forme sono adatte alla costituzione di impianti in parete, con la palmetta più indicata per condizioni di maggiore fertilità del terreno o combinazioni con portainnesti più vigorosi. Il vaso è confinato agli impianti più vecchi e non rappresenta più una forma rispondente alle esigenze della moderna frutticoltura. Tra l’altro, esso non si adatta alla tecnica di “non potatura” oggi sempre più utilizzata per l’ottenimento delle forme d’allevamento desiderate. Oggi infatti i criteri per la potatura d’allevamento sono stati piuttosto unificati, ovvero sono applicabili a varie forme. Si ha così la “non potatura”, che prevede scarsi interventi di potatura durante i primi 2 o 3 anni di sviluppo dell’albero per poi effettuare tagli e legature al fine di ottenere la forma prescelta. Si parla inoltre di potatura  “a tutta cima” quando la freccia ed i prolungamenti delle branche sono lasciati intatti salvo deviazioni su rami sottostanti per limitare la crescita in altezza.

Palmetta
La palmetta tradizionale è una forma di allevamento molto diffuso nei meleti, perché, rispetto alle tradizionali forme a vaso, consente di semplificare le principali operazioni colturali, permette un aumento del numero di piante ad ettaro con un contenimento dei sesti d’impianto, consente una riduzione dei costi di produzione attraverso una riduzione sostanziale della manodopera. Negli ultimi anni hanno avuta una certa diffusione nuovi criteri di allevamento, sempre basati sulla tradizionale forma a palmetta, dalla quale però si distinguono per i seguenti punti:
Strutture di sostegno (pali e fili) necessari solo nella fase di allevamento.
Una maggiore densità d’impianto (fino a 700-900 piante/ha) rispetto alle 500-600 della palmetta tradizionale.
Minori interventi di potatura durante il primo e secondo anno, favorendo così una precoce entrata in produzione.
Riduzione sensibile dei costi di manodopera.
Questa forma di allevamento viene denominata “palmetta libera”.
Un’altra particolarità delle forma di allevamento è la palmetta anticipata, in cui vengono sfruttati, ai fini di un rapido ottenimento dello scheletro, i rami anticipati.
Esistono però anche lati meno positivi. Non tutte le cultivar possiedono astoni che emettono rami anticipati in vivaio come Golden Delicious e Jonared. Per quelle colture invece caratterizzate da una forte dominanza apicale , c’è la possibilità di intervenire con cimatura o trattamenti chimici in vivaio per favorire l’emissione di rami anticipati.
Altro problema che si può presentare è la tendenza della pianta allo sviluppo acrotono. Si dovrà di conseguenza, intervenire a pochi mesi dalla piantagione operando un diradamento dei punti di crescita a favore di quelli basali, per riportare a condizioni di equilibrio la produzione di nuovi germogli. Considerato l’elevato costo dell’operazione, si potrebbe intervenire con una capitozzatura che però provoca un ritardo di entrata in produzione. La pianta viene stimolata ad una reazione di tipo vegetativo, con produzione di numerosi germogli con angolo di inserzione stretto e in competizione l’uno con l’altro, che andranno quindi diradati e opportunamente inclinati.

Fusetto
Tale forma di allevamento, con la sua mole ridotta, sembra poter soddisfare molte esigenze attuali specialmente nell’allevamento delle cultivar mediamente vigorose appartenenti al gruppo Golden, Golden simili ed altri. A questa forma di allevamento si stanno interessando sempre più i frutticoltori, perché nei confronti della palmetta permette di ottenere una maggiore densità d’impianto, oltre a fornire in alcuni casi frutti di migliore qualità ed un più facile rinnovo delle formazioni fruttifere, permettendo così di ridurre l’alternanza. Il fusetto deriva dallo “Spindelbush”, adottato nella frutticoltura semi-intensiva olandese e tedesca. Questa forma si ottiene favorendo, nella formazione dello scheletro, costituito dal tronco e da corte branche e brachette rinnovabili, uno sviluppo decrescente verso l’alto, in modo d’avere le branche più robuste poste nella zona mediana o superiore. Nonostante tutte le branche nel corso del ciclo vitale della pianta siano soggette a periodica sostituzione o rinnovo con tagli di ritorno o di deviazione, l’importanza del loro angolo d’inserzione sul tronco e la loro decrescente vigoria in senso acrotono condizionano in modo determinante il precoce raggiungimento della messa a frutto ed il mantenimento dell’equilibrio fra sviluppo vegetativo ed attività produttiva. Per conto, se non si otterranno le branche basali ben robuste, il corso della linfa sarà indirizzato prevalentemente verso la parte terminale della pianta, favorendo la formazione di rami vigorosi che vanno a costituire la cosiddetta “testa di salice”. Per correggere tale squilibrio sono necessari costosi interventi di potatura verde. E’ bene destinare questi impianti molto intensivi a terreni dotati di buona fertilità, e praticare una tecnica colturale adatta all’aumentata produttività delle piante (maggiori esigenze nutrizionali).

Potatura di produzione
Una netta distinzione tra potatura di allevamento e potatura di produzione ha oggi solo uno scopo didattico. Infatti nella pratica si ha un passaggio graduale dalla prima alla seconda. La tendenza odierna è quella di accelerare l’entrata in produzione, a scapito della regolarità geometrica della forma, eseguendo pochi e mirati interventi, tendenti più che altro al diradamento nelle parti ove la chioma è più fitta.
Fondamentale, per il periodo di allevamento, l’intervento estivo (giugno-prima quindicina di Luglio). Solo a piena maturità sarà necessario intervenire con interventi cesori per impedire lo spostamento della fruttificazione verso l’alto, eliminare le parti esaurite, stimolare la formazione di nuovi rami fruttiferi ed equilibrare la vegetazione. Per eseguire la potatura di produzione è indispensabile una buona conoscenza delle condizioni pedoclimatiche, dell’habitus vegetativo e produttivo della coltura, delle caratteristiche del portinnesto e degli orientamenti mercantili prescelti. Sugli alberi abbastanza vigorosi non si fanno tagli di raccorciamento, ma eventualmente solo un diradamento di quei rami che potrebbero entrare in competizione con le brachette fruttifere. Tagli più energici a carico di branche o brachette si faranno solo in caso che l’attività produttiva prevalga su quella vegetativa. A seconda dell’intensità d’intervento potremo fare tagli di ritorno, tagli di richiamo o asportazione completa. Importantissima è la conoscenza del modo di fruttificazione della cultivar anche se in generale si può dire che produce su lamburde, ma anche in alcuni casi su brindilli e rami misti.
  • 1° Gruppo – cultivar che fruttificano in prevalenza su lamburde portate da branche di tre o più anni. Vi appartengono le cultivar spur.
  • 2° Gruppo – cultivar che fruttificano su lamburde inserite su branche dai 2 ai 4 anni. Vi appartengono le cultivar tipo renetta.
  • 3° Gruppo – cultivar che fruttificano su rami misti. La più rappresentativa è la Golden Delicious.
  • 4° Gruppo – cultivar che fruttificano su brindilli e sui rami misti. La più rappresentativa è la Granny Smith.
Dal punto di vista pratico, però, è molto più semplice distinguere le cultivar in base alla capacità o meno di dare una soddisfacente fruttificazione anche su brindilli e rami misti. Le colture che producono prevalentemente sulle lamburde richiedono una potatura di produzione molto leggera nei primi anni. Se le lamburde fiorifere portate dalle zampe di gallo rappresentano solo il 10% del totale, la pianta si trova in buone condizioni, nel caso invece che rappresentino il 20-30% del totale dovremmo operare interventi cesori più energici per ottenere il rinnovo di circa il 15-20%, interverremo con tagli di richiamo su branche di 4-5 anni di età per stimolare così l’emissione di nuovi germogli. Per quanto riguarda gli spur, che producono quasi esclusivamente su lamburde inserite su branche più giovani. Le cultivar del gruppo  delle Renette invece, possono produrre frutti di buona pezzatura su borse e zampe di gallo per più anni. Nel caso delle cultivar appartenenti al Gruppo Golden Delicious, che fruttificano anche su rami di un anno, si dovrà cercare di mantenere un 70% di rami di un anno e 30% di lamburde inserite su rami di 2-3 anni per poter così ottenere una buona pezzatura ed evitare il manifestarsi dell’alternanza. Importanti saranno anche le caratteristiche del portinnesto, in particolare quanto maggiore sarà la vigoria, tanto minore dovrà essere la severità della potatura, per non stimolare troppo l’attività vegetativa.Per quanto riguarda il problema dell’alternanza di produzione è necessario differenziare la potatura in base alla vigoria dell’albero, alla produzione ottenuta in precedenza e di quella prevedibile. Si procederà con interventi cesori seguiti da un diradamento dei frutticini, concimazioni ed irrigazioni. Se si prevede un’annata di carica si aumenta l’intensità degli interventi cesori per diminuire, attraverso la potatura, il numero di gemme miste e dopo l’allegagione si procederà ad un adeguato diradamento dei frutticini per stimolare la differenziazione a fiore delle gemme ed aumentare la pezzatura. Nell’annata successiva, di prevedibile scarica, si dovrà limitare l’asportazione di gemme miste, e deprimere l’attività vegetativa con un minore numero di tagli. Altra buona norma da ricordare nel caso di potatura è quella di favorire la formazione di buone branche in basso, intervenendo con tagli di ritorno, per facilitare una buona produzione nella parte inferiore della pianta con conseguenti facilitazioni nella raccolta.

Potatura meccanica
Riguarda l’affidamento di questa tecnica colturale all’azione della macchina come necessità dettata dalla carenza di manodopera specializzata non certo per una razionale esecuzione di potatura secondo basi fisiologiche. Nel caso specifico del melo questo tipo di potatura si è dimostrata molto efficace riducendo i tempi di esecuzione della potatura stessa. Le produzioni medie per pianta non sono diminuite anche se in alcuni casi può portare ad una riduzione della pezzatura del frutto. Nel melo la scelta del periodo in cui effettuare la potatura meccanica è vincolata dall’epoca di raccolta dei frutti per cui si opera durante l’inverno, intervenendo eventualmente durante il periodo estivo solo con un “topping” cioè un taglio superiore orizzontale della chioma (“healding” è quello laterale).

Scopi che si vogliono raggiungere:

  • Aumentare la pezzatura dei frutti
  • Migliorane le colorazione e la caratteristiche organolettiche
  • Favorire la formazione dei rami nuovi
  • Permettere una costante differenziazione fiorale impedendo che la pianta entri in alternanza

Non tutte le cultivar hanno bisogno di diradamento, anche se negli ultimi anni questa pratica ha trovato sempre maggiore diffusione, sia per le crescenti esigenze del mercato nei confronti delle caratteristiche commerciali del frutto, sia per la diminuzione di intensità della potatura. Si può operare un diradamento manuale o un diradamento chimico. Esaminando il primo tipo di diradamento vediamo come individuare l’epoca e l’intensità dell’intervento.
E' molto importante ricordare che la Comunità europea interviene costantemente sulle normative in materia fitosanitaria limitando e modificando le sostanze attive ammesse per il diradamento del melo. Uno dei prodotti chiave su cui ruota questa pratica agronomica, il Carbaryl, uscirà dalla lista dei prodotti riconosciuti ed utilizzabili già a partire dalla fine del 2008. Mentre cisono possibilità che analodga sorte sia riservata anche all'Ethephon già a partire dal 2009, benchè la sua esclusione non sia stata ancora ufficializzata.

Epoca. Occorre ricordare che esiste una cascola naturale che si manifesta ad ondate. Una prima cascola si ha subito dopo la caduta dei petali e dura due o tre settimane. La seconda (cascola di Giugno) si ha a fine Maggio e dura due settimane circa ed interessa molti frutticini. Di regola si attende il termine della cascola naturale per intervenire manualmente, ma l’efficacia di un diradamento è tanto maggiore quanto più precocemente viene applicato. Soprattutto questo è valido per la successiva buona differenziazione a fiore delle gemme, mentre le caratteristiche della produzione possono in qualche modo essere migliorate anche con interventi più tardivi. Il problema dell’epoca del diradamento resta piuttosto difficoltoso da risolvere e nella pratica gli agricoltori intervengono sia in base alla disponibilità di manodopera, sia in base alla dimensione del frutto e cioè quando questo ha raggiunto la grossezza di una piccola noce.

Intensità. Occorre tenere conto di un complesso di fattori che vanno dalle caratteristiche della cultivar, del portinnesto, dall’età della pianta, vigoria, carico dei frutti, alle condizioni di mercato in base alle quali giudicare se sia opportuno privilegiare la quantità o la qualità della produzione. Fondamentalmente si può procedere facendo una stima di quale potrebbe essere la produzione della pianta, poi dal rapporto tra quantità suddetta e peso medio del frutto si individua il numero medio di frutti per pianta. Generalmente si lascia un frutto per corimbo e si eliminano quei corimbi con un minor numero di frutticini. Il problema fondamentale del diradamento manuale resta comunque la disponibilità e l’elevato costo della manodopera, per cui ci si rivolge con sempre maggiore frequenza verso il diradamento chimico.
I prodotti principalmente utilizzati sono:

  • Etefon; Fitoregolatore appartenente alla categoria degli etilen-promotori ad azione polivalente che accelera la maturazione e viene impiegato anche come diradante. All'interno dei vegetali si decompone producendo etilene, acido fosforico ed acido cloridrico con conseguente stimolazione, sulle colture trattate, dei processi indicati in precedenza. Presenta intervallo di sicurezza di 14 giorni ed un limite di residui di 0,500 ppm. Intervenire quando si è a bottoni rosa fino alla piena fioritura. Le cultivar su cui utilizzarlo sono Fuji, Braeburn e Red delicious.
  • NAD; L'amide dell'acido alfa-naftalenacetico (NAD) è un composto fitoregolatore impiegato per diradare i frutti di melo, specialmente delle cultivar del gruppo Golden, (Golden deliciuos, Jonathan, Stayman red, Winesap), pero, susino, albicocco e per prevenire l'arrossamento e la cascola pre-raccolta nel ciliegio. L'intervento va fatto a caduta petali su legno vecchio prima di raggiungere i 5 mm di diametro del frutticino centrale. Con temperature e umidità elevate i giorni utili per il trattamento sono limitati. L'amide si impiega con temperature superiori ai 12C° e con elevata umidità relativa. In caso dio temperature superiori ai 20C° ridurre ulteriormente il dosaggio. E' necessario aggiungere bagnanti laddove nel formulato non siano contenuti. Il tempo di carenza è di 30 giorni ed il residuo ammesso è di 0,050 ppm. Intervenire quando i frutticini hanno un diametro di 12-14 mm.Non si possono utilizzare su Delicious rosse, Braeburn e Fuji.
  • NAA; Fitoregolatore ad azione auxino-simile indicato per favorire l'allegagione del pero, impedire la cascola su melo, pero, pesco, susino ed altre frutticole, favorire il diradamento del melo, favorire la radicazione di talee erbacee, legnose e semilegnose e stimolare l'entrata in produzione. Intervenire quando i frutticini hanno un diametro di 12-14 mm. Intervenenire quando i frutticini hanno un diametro di 9-11 mm. Non superare le dosi consigliate dalle aziende e dai disciplinari e non intervenire in presenza di temperature superiori a 22 C°. Le cultivar su cui utilizzarlo sono Golden delicious, Gala, Fuji, Braeburn e Pink Lady.
  • Carbaryl; La sostanza attiva è stata REVOCATA ai sensi del decreto 9 novembre 2007, GU n° 53 del 03/03/2008 e non è più autorizzata per agrumi, drupacee, fragola, fruttiferi da frutto a guscio, fruttiferi minori, cotogno, pero, vite, melanzana, peperone, foraggere, barbabietola da zucchero, cotone, girasole, soia e patata. Per diverse motivaziono è possibile smaltire le scorte di prodotti a base di questa sostanza attiva fino al 20 novembre 2008. E' un insetticida che agisce per contatto e per ingestione (con azione citotropica). Non è dannoso per la vegetazione e non lascia residui tossici. È dotato di una buona persistenza all'aria, presenta un elevato impatto nei confronti delle popolazioni di fitoseidi, specialmente dove il prodotto viene impiegato saltuariamente. Il suo impiego continuativo permette invece la selezione di ceppi resistenti alla sua azione, pertanto in questi casi, non risulta acaro-insorgente. Il tempo di carenza è di 80 giorni ed il residuo ammesso è di 0,05 ppm. Intervenire quando i frutticini hanno un diametro di 9-11 mm. Le cultivar su cui utilizzarlo sono le Golden delicious, Gala, Morgenduft, Fuji, Braeburn, Ganny smith, Red delicious e Pink Lady.
  • 6-Benzyladenina; È un fitoregolatore indicato per l'impiego su melo e pero per favorire lo sviluppo dei getti laterali in giovani piante (specialmente sulle cultivar con basso potenziale di ramificazione) ed anticiparne l'entrata in produzione. Viene impiegato in vivaio, su piante non ancora in produzione, possibilmente dopo un'abbondante pioggia o irrigazione e va seguito o preceduto da un'adeguata concimazione azotata. Il tempo di carenza non è previsto per legge ed il residuo ammesso è di 0,010 ppm. Intervenire quando i frutticini hanno un diametro di 12-14 mm. Le cultivar su cui utilizzarlo sono le Golden delicious, Gala, Fuji, Braeburn e Pink Lady.

Le concentrazioni da usare variano in base alle caratteristiche del prodotto. Variazioni anche piccole di concentrazioni nel NAA, e in minor misura nel NAD, provocando diradamenti sensibilmente diversi.

 

 

 

Le mele sono falsi frutti perché derivano dallo sviluppo del ricettacolo fiorale (il “torsolo” è il vero frutto, suddiviso in cinque logge contenenti ciascuna due semi). La formavaria da appiattita a tronco-conica oblunga, mentre la sezione trasversale può essere circolare, costoluta o solcata. La buccia è liscia e sottile, più o meno cerosa e a volte assume un aspetto rugginoso tipico di alcune cultivar, mentre in altre porta ad un deprezzamento del frutto ed è causa che impedisce l’esportazione. Dal punto di vista pratico, le mele rugginose risultano più zuccherine ma anche meno conservabili, perché tendono a perdere più rapidamente acqua. La rugginosità costituisce infatti una rottura della integrità dell’epidermide, che favorisce la perdita di acqua e di conseguenza l’aumento di concentrazione degli zuccheri. Tale fitopatia è dovuta ad una predisposizione genetica ed è favorita dagli ambienti ad elevata UR. Durante la maturazione l’amido, in seguito ai processi enzimatici si idrolizza dando così origine a fruttosio, glucosio e saccarosio. Nelle mele mature la concentrazione di zuccheri è sull’8-13% del peso fresco.
Carboidrati complessi, come le sostanze pectiche, sono localizzate nella parete primaria e nella lamella mediana delle cellule e conferiscono consistenza alla polpa. Con la maturazione anche questi composti si idrolizzano in pectine, acidi peptici e pectinici e di conseguenza i frutti si ammorbidiscono. Dopo il picco climaterico nel frutto aumenta la percentuale dei composti volatili come l’etilene, alcoli, aldeidi chetoni ed esteri che , insieme agli zuccheri, determinato le caratteristiche organolettiche delle mele.
La determinazione del momento più idoneo della raccolta, particolarmente ai fini della conservazione e qualità finale del prodotto, può essere ottenuta mediante vari metodi di accertamento che danno un responso affidabile solo se fra loro opportunamente integrati e giudicati dall’esperienza.
I frutti dovrebbero essere raccolti pochi giorni prima del raggiungimento del pieno sviluppo morfologico e biochimico (picco climaterico).
Una razionale pratica fertilizzante agisce non solo sulla quantità delle produzioni e sulla vigoria dell’albero, ma anche sulla qualità dei frutti. Per una corretta concimazione occorr conoscere le caratteristiche fisico-chimiche del terreno ed i fabbisogni nutritivi che dipendono da: cultivar, portinnesto, età, ciclo biologico del meleto. Inoltre è importante considerare l’andamento climatico, le pratiche colturali applicate nel corso della coltura e l’effetto dei vari elementi sulla quantità, qualità e conservabilità delle mele.

Nel meleto, oggi, per l’impiego generalizzato di portinnesti poco vigorosi e di cloni spur, una corretta concimazione è richiesta fin dai primi anni dell’impianto, in quanto il frutteto entra rapidamente in produzione. Nei primi anni è accentuato l’assorbimento di Azoto che porta alla costituzione di una buona struttura scheletrica. Occorre evitare però che si abbia un eccessivo vigore nei rami di un anno, proprio perché il melo tende a differenziare gemme a frutto nelle lamburde e nei brindilli. Negli alberi adulti è, invece, necessario favorire il rinnovamento vegetativo. Per assicurare una buona longevità al meleto occorre affiancare alla concimazione una buona potatura. L’apporto fertilizzante può risultare valido anche all’inizio dell’anno di “carica” in quelle cultivar soggette ad alternanza di produzione. Accanto alla conoscenza del contenuto in elementi minerali presenti nel terreno, per una corretta individuazione dello stato nutrizionale si può ricorrere all’analisi fogliare. A puro titolo indicativo si può affermare che per una buona quantità (buona pezzatura dei frutti, colore attraente, consistenza e sapidità della polpa, resistenza alle manipolazioni, prolungata conservabilità, ecc.) i livelli dei principali elementi, espressi in % si sostanza secca della foglia, dovrebbero essere per M e K non superiore a 2,4 e 1,6 rispettivamente, mentre per P e Mg le quantità minime dovrebbero essere pari a 0,2 e 0,25. Il Ca dovrebbe essere presente nella quantità 1,4 –1,8%. Anche l’esame della composizione minerale dei frutti è di grande importanza ai fini qualitativi. Le mele dovrebbero presentare 50-70 mg di N, 150-160 mg di K, 9-11 mg di P5 di mg.

Somministrando eccessive dosi di fertilizzanti può ridursi la conservabilità a qualità dei frutti. Un eccessivo apporto di K provoca una diminuzione sia del saccarosio che degli zuccheri totali ed in particolar modo può portare a conseguenze dannose il suo antagonismo con il Ca e Mg. Una equilibrata concimazione potassica, al contrario, può rivelarsi di grande utilità per compensare l’effetto negativo causato da un eccesso di N purchè non sia somministrato in quantità eccessiva, ciò che farebbe aumentare l’acidità del frutto e il rischio di butteratura e marciumi. Nei meleti si torna a dare importanza al letame come fonte di sostanza organica e fattore di equilibrio nutrizionale, mentre in secondo piano appaiono i liquami, le deiezioni suine, la pollina. Talvolta queste sostanze organiche possono influire in senso negativo sulla qualità dei frutti: il sovraccolore risulta ridotto, la persistenza del verde viene esaltata, la competenza della polpa diminuisce, la sintesi degli aromi è limitata, la sensibilità ai marciumi ed alle alterazioni fisiologiche sono esaltate per l’eccelerazione del metabolismo. E’ infatti la componente azotata a provocare vigore eccessivo e prolungato, scarsa disponibilità di sali di Ca nei frutti con conseguente insorgenza di butteratura, disfacimenti, vitrescenza, marciumi, ecc..
Nelle concimazioni ha enorme importanza il periodo di somministrazione. Per evitare negative influenze sulla qualità e conservabilità, la distribuzione degli elementi dovrebbe essere effettuata 2-3 mesi prima della fioritura (non oltre). Dannose risultano le somministrazione di N in estate, in quanto provocano una diminuzione del colore, una minore compattezza della polpa, elevate manifestazioni di butteratura e sensibilità ai marciumi e cioè minore serbevolezza.

Concimazioni pre-impianto e periodiche
La concimazione d’impianto va eseguita durante lo scasso interrando in profondità letame e concimi fosfo-potassici.
In seguito si attuano a cadenze annuali per evitare che la scarsità di un elemento diventi fattore limitante. Altri motivi che spingono ad intervenire con concimazioni annuali sono: scarsa attività vegetativa, terreno sabbioso e povero di humus, deficienze nutrizionali rilevate dalle analisi del terreno, foglie e frutti, nonché dallo stato generale delle piante. Per quanto riguarda l’N, l’apporto non deve essere inferiore a 80Kg/ha e può arrivare fino a 150-160 Kg/ha in dipendenza anche della densità di piantagione.
Per la concimazione potassica le dosi medie annue sono di 120-150 Kg/ha, trascurabile nei terreni argilloso e vulcanici.
Il P, nel caso che se ne riveli la necessità, può essere apportato ogni due o tre anni in dosi di 120-150 Kg/ha assieme a somministrazioni di sostanza organica. Il Mg nelle dosi di 50-60 Kg/ha se necessario.
Per quanto riguarda gli altri elementi è preferibile la somministrazione per via fogliare, in quanto la sua scarsa mobilità all’interno della pianta può dar luogo a deficienza nei frutti, anche se il terreno ne è ben provvisto.

Epoche e modalità di applicazione
Per quanto riguarda la concimazione azotata, poiché il melo richiede maggiormente azoto nel periodo della fioritura e dell’allegazione, si interviene prima della ripresa vegetativa apportando Urea o Nitrato Ammonico. Inoltre una concimazione azotata eseguita in autunno può favorire la vitalità del sacco embrionale. La concimazione organica e quella fosfo-potassica si attua in autunno, per favorire l’approfondimento nel terreno ad opera delle piogge.

Sovescio e fertirrigazione
La prima pratica è usata soprattutto quando il terreno è povero di S.O. e vi è difficoltà a reperirla. Nel caso della fertirrigazione si ottiene una migliore distribuzione di concime sia in superficie che lungo il profilo, evitando di comprimere il terreno, e con risparmio di manodopera.

Concimazione fluida
Per questo tipo di concimazione sono richieste attrezzature adeguate che iniettano nel terreno concime liquido, avendo così una migliore distribuzione, risparmio di manodopera e di unità fertilizzante, possibilità di associarla con il diserbo chimico.

Concimazione fogliare
Questa pratica si basa sulla capacità della pianta di assorbire macro e microelementi in soluzione acquosa attraverso le foglie. Gli elementi fertilizzanti possono essere velocemente assorbiti e per questo si interviene nei casi di clorosi fogliare e tutte le volte che si presentano problemi difficilmente risolvibili con concimazioni ordinarie.
Nel melo l’intervento irriguo, oltre ad assicurare una sufficiente umidità del terreno in quei luoghi dove le condizioni ambientali non sono in grado di compensare le perdite per evapotrasprazione, ha l’importante compito di difesa antibrina, se praticato sopra-chioma. Quest’ultima tecnica è applicata soprattutto in Trentino Alto Adige. L’irrigazione non è un fattore negativo nei riguardi della qualità e conservabilità delle mele, se applicata in modo razionale, evitando eccessi specie in prossimità della raccolta. Occorre, ai fini quantitativi, razionalizzare, attraverso la conoscenza delle esigenze della pianta, la quantità di acqua irrigua. Nel Centro-Sud la coltura del melo è irrigua, mentre al Nord dipende dalle caratteristiche fisiche del terreno. In terreni di medio impasto la coltura è tendenzialmente asciutta, anche se con l’impiego di questa pratica. In terreni sciolti e poco profondi sono richieste irrigazioni frequenti.
Condizioni di deficit idrico provocano nel melo queste conseguenze:
  • Difficoltà di assorbimento da parte della radice degli elementi nutritivi
  • Ostacolo alla fotosintesi clorofilliana causato da una riduzione dell’apertura stomatica in seguito ad un accumulo di acido abscissico e minor produzione di elaborati fogliari.
  • Diminuzione dell’attività vegetativa e dell’accrescimento dei germogli a favore di una maggiore lignificazione.
  • Effetti negativi sulla induzione e differenziazione fiorale con accentuazione del fenomeno di alternanza di produzione.
  • Minore sviluppo di frutti soprattutto per le cultivar autunno-invernali, che presentano la fase di distensione cellulare in estate. Un giusto grado di umidità è importante anche nella fase di citochinesi che viene rallentata in condizioni di scarsità di acqua.
  • Difficoltà nella ripresa vegetativa, nei casi di piantagione primaverile.
  • Squilibri idrici favoriscono inoltre manifestazioni di butteratura amara e spaccature dell’epidermide. Troppo spesso il fabbisogno idrico e il momento d’adacquamento sono stabiliti in modo empirico sulla base di osservazioni del terreno e delle foglie.
Una valutazione razionale per stabilire il momento d’intervento, dovrebbe tenere conto:
  1. Costanti idriche del terreno
  2. Valore della evapotraspirazione
  3. Entità delle precipitazioni
  4. Consumi idrici della coltura
Il consumo idrico unitario nel melo è di circa 500 l.
Nel meleto il sistema irriguo oggi più diffuso è il sistema ad aspersione sopra chioma a pioggia lenta (3-5 mm/h), mentre il sistema a goccia viene sempre più utilizzato. Poco diffusa, invece, risulta l’aspersione sotto chioma a bassa ed alta pressione, anche perché non consente di essere utilizzata come mezzo antibrina. Nel sistema ad aspersione, gli irrigatori hanno una gittata di 12-18 m e la loro distanza è inferiore al doppio della gittata per assicurare una bagnatura completa ed omogenea dell’appezzamento. Con questo sistema non è richiesta particolare attenzione per la sistemazione del terreno. Se l’impianto è fisso l’impiego di mano d’opera è ridotto. I volumi d’acqua utilizzati sono generalmente dell’ordine di 500 m3/ha. Il costo dell’impianto è piuttosto elevato e nel caso esso sia fisso può svolgere una efficiente funzione antibrina quando la temperatura si abbassa, al massimo, fino al 6-7°C sotto zero. Con questo tipo d’irrigazione, non esistono, se non in minima parte, problemi di ticchiolatura in quanto gli impianti entrano in funzione dopo il periodo di maggiore virulenza di questa malattia (primavera). Analoga considerazione e da farsi per la rugginosità. Il sistema di irrigazione sopra chioma può svolgere anche una funzione climatizzante per abbassare la temperatura dell’aria nelle giornate calde, irrorare i frutti nel periodo antecedente la maturazione per aumentare la colorazione rossa, ritardare la fioritura per sfuggire ai danni delle gelate. Nel meleto, l’uso dell’irrigazione a pioggia per la difesa antiparassitaria non si rivela particolarmente valida. Buoni risultati si ottengono contro la ticchiolatura, difficile invece la lotta contro gli afidi ed altri insetti.

Per quanto riguarda il sistema d’irrigazione localizzata esso risulta caratterizzato da una rete di tubi dotata di gocciolatori ad erogazione continua o intermittente e a bassissima pressione. L’erogazione può avvenire sia in superficie che sottoterra, e l’acqua oltre ad avere un movimento gravitazionale, si espande anche lateralmente, quando il terreno è a tessitura fine e ricco di colloidi e in questo modo la superficie del terreno resta piuttosto asciutta, limitando il diffondersi di erbe infestanti.
La raccolta delle mele richiede un elevato impiego di manodopera, cosa che incide notevolmente sui costi di produzione. Indicativamente possiamo affermare che al momento della raccolta ne viene utilizato il 50-60% di quella complessivamente impiegata nel corso dell’anno. Per quanto riguarda le modalità di raccolta possiamo distinguere quella tradizionale, quella integrata ed una integralmente meccanizzata.
Quella tradizionale avviene con distacco dei frutti da terra o con l’ausilio di scale. Quella intergrata si avvale dell’ausilio di attrezzature che permettono agli operatori di raggiungere le parti alte con ausilio di carri raccolta più o meno sofisticati che consentono di operare la raccolta in condizioni più o meno agevolate. Attualmente, mancano concrete e immediate prospettive per una raccolta completamente meccanizzata dei frutti destinati al consumo fresco.

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