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Pesco a polpa gialla Prunus persica

Pesco a polpa gialla - Plantgest.com
Descrizione della pianta
La pesca rappresenta uno dei frutti simbolo dell’estate (arriva sulle nostre tavole nel periodo che va da Maggio a Settembre) grazie al suo gusto, la succosità e soprattutto per la capacit&224; dissetante legata alla grande percentuale di acqua in essa contenuta (85%) ed alla presenza di acido citrico.

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Secondo molti (quella ormai principalmente riconosciuta) il pesco appartiene alla famiglia delle Rosaceae, tribù delle Amigdaleae, sezione delle Prunoidee , genere Persica, specie vulgaris. Secono altri  apparterrebbe al genere Prunus (specie persica), come l’albicocco, il ciliegio, il mandorlo ed il Susino.

Il pesco è originario della Cina (secondo alcuni del Medio Oriente–Persia), dove lo si può ancora rinvenire allo stato selvatico e la sua introduzione in Europa avviene a seguito delle spedizioni contro i Persiani eseguite da Alessandro Magno. Esiste comunque anche un’altra teoria che ipotizza il merito dell’introduzione pel pesco ai Greci dall’Egitto.
I primi pescheti specializzati in Italia risalgono alla fine dell’800 e sono stati realizzati in provincia di Ravenna.
Il genere Persica comprende varie specie, tra cui diverse ornamentali. Tra quelle coltivate ricordiamo:
  • Persica vulgaris Mill. (= Prunus persica (L.) Batsch.): produce frutti con buccia tomentosa; da consumo fresco o da industria;
  • Persica laevis DC (= Prunus persica var. necturina Maxim., Prunus persica var. laevis Gray): pesco noce o nettarina, che produce frutti glabri da consumo fresco.

Le cultivar di pesco, in relazione alla specie di appartenenza ed al tripodi prodotto fornito, vengono distinte in:
cultivar da consumo fresco
  • polpa gialla
  • polpa bianca
  • nettarine
    • polpa gialla
    • polpa bianca
  • percoche
Ai fini dietetici è un frutto dal basso valore energetico (solo 28 calorie per ogni etto) che le permette di essere inserita in qualunque regime nutrizionale. Inoltre va ricordato che una sola peca contiene il 10% di vitamina C rispetto al fabbisogno giornaliero del nostro organismo, e oltre alle vitamine A, B1, B2, PP, possiede proprietà nutritive ed energetiche. Svolge un’importante azione diuretica, e contribuisce a regolare le funzioni intestinali stimolando la secrezione dei succhi gastrici mentre è particolarmente indicata per chi soffre di disturbi gastrici e gottosi. Le foglie, i fiori e la mandorla del nocciolo contengono una sostanza chimica che libera acido cianidrico, pertanto non vanno mangiati.
Nella cosmesi, si utilizzano la polpa per la preparazione di creme, maschere rinfrescanti per il viso, oli da bagno e saponi. Il succo per lozioni che attenuano le macchie cutanee. In generale la pesca ha sulla pelle un’azione idratante ed addolcente, con un leggero effetto esfoliante.

Composizione e valore energetico della pesca (100 g. di prodotto)

 

Parte commestibile 91%
Proteine totali 0,80 g
Acqua 90,7 g
Lipidi 0,1 g
Zuccheri 6,1 g
Fibra 2,1 g
Energia 27 Kcal
Sodio 3 mg
Potassio 260 mg
Ferro 0,4 mg
Vitamina A -
Vitamina C 4 mg
Per quanto riguarda questo frutto le origini sono molto lontane e risalgono a migliaia di anni fa. Le prime testimonianze risalgono alla Cina dove circa 3000 anni fa la pesche venivano rappresentate< nelle pitture, nelle decorazioni su porcellana, oltre ad essere presenti nelle parole di alcune poesie. Il frutto era considerato simbolo di lunga vita ed immortalità. Il lungo viaggio prosegue poi in Siria, la Persia, dove fu scoperta dai romani che per questo la chiamarono Prunus Persica o “mela persica”. Dai testi classici si evince che era conosciuta anche in Grecia fin dal IV secolo avanti Cristo.
E’ un’albero di modeste dimensioni, alto fino a circa 8 metri con apparato radicale molto superficiale e corteccia bruno cenerina.

I rami per lo pi#249; si presentano eretti ed assumono un caratteristico colore rossastro nella stagione invernale.
Distinguiamo:
  1. Rami a legno, assai vigorosi, vi si annoverano prevalentemente i cosiddetti secchioni, di solito originatisi da gemme latenti su branche di due o più anni in seguito a drastiche potature.
  2. Rami a frutto, con prevalenza di gemme a fiore. Si annoverano il ramo misto (mediamente vigoroso con gemme a legno ed a fiore), il brindello (debole, con prevalenza di gemme a fiore ed una gemma terminale a legno) ed il mazzetto di maggio (molto corto con internodi ravvicinati e gemme a fiore raggruppate a mazzetto con una gemma apicale a legno).
  3. Rami anticipati, originati da gemme pronte che possono essere a frutto o a legno.
Le gemme sono situate all’ascella delle foglie, isolate o raggruppate in genere a due o tre per nodo. Generalmente la gemma centrale è a legno e le due laterali a fiore.
Le parti che costituiscono il fiore sono le seguenti:
  • Il calice, gamosepalo, di colore porporino.
  • Il margine superiore presenta cinque emergenze corrispondenti ad altrettanti sepali fusi. Esso è inserito sotto l’ovario e si distacca (scamiciatura) dopo l’avvenuta allegazione. Nelle cultivar a polpa gialla il colore interno del calice è giallo-aranciato intenso, mentre in quelle a polpa bianca è giallo-verdastro.
  • L’androceo, è composto di 20-30 stami terminati ciascuno con un’antera di colore rossastro.
  • Gli stami sono inseriti subito al di sotto dell’ovario. Le antere producono ciascuna 1000-2000 granuli di polline.
  • Il gineceo, costituito dal pistillo, è ordinariamente unico. Esso contiene due ovuli di cui generalmente solo uno arriva a formare il seme.

La fioritura, che generalmente avviene nella seconda metà di marzo nell’Italia settentrionale e nella prima metà di Marzo nell’Italia meridionale, precede la fogliazione, ed è scalare nelle varie cultivar. Anticipa notevolmente nelle cultivar a scarso fabbisogno in freddo.

Le foglie, di forma lanceolata e di colore verde più intenso nella pagina superiore, hanno il lembo che può presentarsi liscio, ondulato o increspato lungo la nervatura principale. Il margine può essere crenato o seghettato con angoli basali e apicali più o meno ampi. Il picciolo è caratterizzato dalla presenza delle glandole, formazioni costituite da tessuti secretori che possono avere forma reniforme o globosa. L’assenza di tali formazioni è correlata ad una forte sensibilità all’oidio, che rende sconsigliabile la coltivazione di tali cultivar. Queste glandole hanno molto importanza dal punto di vista tassonomico. Le cultivar sono tutte autocompatibili e anche se in natura esiste l’androsterilità (mancata produzione di polline), questo carattere viene eliminato con la selezione nei programmi di miglioramento genetico. L’impollinazione è favorita dalle api, ma si calcola che in condizioni normali più dell’80% dei frutti derivi da autofecondazione.

Gli ovuli, generalmente due, non giungono tutti a maturazione, ma solo uno di essi viene fecondato e giunge a maturità. Il nocciolo di pesco contiene perciò un solo seme (o mandorla) solcato profondamente, che è di sapore amaro per l’elevato contenuto di amigdalina. I frutti sono drupe carnose, tondeggianti, solcate longitudinalmente da un lato, coperte da una buccia tormentosa (pesche propriamente dette) o glabre (pesche-noci o nettarine) di vario colore. La polpa è succulenta, di sapore zuccherino più o meno acidulo, di colore bianco, giallo o verdastro. La pesca ha una tipica consistenza polposa e succosa che è dovuta all’elevato contenuto in acqua ed alla presenza di pectina.
La maturazione avviene tra la prima e la seconda decade di Maggio nelle zone meridionali, fino alla fine di settembre per le cultivar più tardive.
In Europa l’Italia è il principale produttore seguito da Francia, Spagna e Grecia. Nel mondo viene subito dopo USA e Cina, che è il più grosso produttore mondiale. Nell’ambio italiano esistono due grandi poli regionali: da una parte la produzione del Nord, accentrata in Emilia Romagna, con quasi il 40% e dall’altra il Sud, soprattutto in Campania e Basilicata con circa il 25%. La restante produzione è fornita da Piemonte, Veneto, Toscana e Lazio. Geograficamente la zone di produzione più estese sono a Nord tra il 44° e il 46° parallelo ed al Sud tra il 40° e il 42°, con l’eccezione di qualche area di coltivazione fino al 37° in Sicilia.

La diffusione preminente del pesco in due poli caratterizzati da un clima che a Nord è subcontinentale ed a Sud tipicamente mediterraneo, ha portato a dover fare precise scelte varietali. Infatti determinanti sono non tanto le temperature massime estive che poco si differenziano, quanto quelle invernali e primaverili. Quindi al Nord potranno essere coltivate tutte le varietà di pesco tranne le più precoci che risultano sfavorite dal prolungarsi della stagione invernale e di primavere poco idonee allo sviluppo precoce dei frutti (piogge spesso abbondanti e ritorni di freddo).
Molti problemi si sono dovuti superare per la “meridionalizzazione” della coltura, sia per quanto riguarda le strutture e la professionalità, sia per problemi di ordine fisiologico (fabbisogno di freddo).

Infatti le varietà diffuse allora avevano un elevato fabbisogno in freddo e portate al Sud presentavano scarsa allegazione e bassa produzione. Grazie all’introduzione di nuove varietà a scarso fabbisogno in freddo anche questo problema è stato superato.
Diversi sono i metodi che possono permettere la propagazione del pesco ed i principali sono:
  • Per Seme: al seme si ricorre soltanto per la costituzione di nuove cutivar e per ottenere soggetti da innestare. I semi di pesco sono soggetti a quiescenza che può essere interrotta con la conservazione in ambiente umido per 10-12 settimane a 2-4 C° (stratificazione). Le cultivar precocissime e molte delle precoci maturano i propri frutti prima che il seme abbia completato il proprio sviluppo, per cui per ottenere la germinazione devono essere fatte cure e trattamenti particolari, ricorrendo all’embricoltura cioè allevamento “in vitro” in condizioni asettiche. A questa tecnica si ricorre solo per il miglioramento genetico.
  • Per via vegetativa: si possono attuare 2 sistemi di propagazione agamica
  1. Per radicazione diretta
  2. Per innesto
Moltiplicazione per radicazione diretta (autoradicazione)
Può essere eseguita per talee di ramo (erbacee, semilegnose, legnosa), tramite coltura in vitro (micropropagazione), per propaggine di trincea e margotta di ceppaia. Gli ultimi due metodi trovano impiego solo su alcuni portainnesti di specie diversa dal pesco. Nel caso della moltiplicazione per talea è indispensabile il riscaldamento basale. Sulle talee si eseguono trattamenti con fitoregolatori del gruppo delle auxine (IBA)a dosi da 500 a 4000 mg/l. Con il riscaldamento basale le talee vengono poste in un letto caldo con un substrato mantenuto alla giusta umidità e costituito da materiale inerte permeabile (perlite, vermiculite, sabbia, torba o miscele tra questi). Una resistenza elettrica o dei tubi nei quali circola acqua calda in modo che la temperatura sia sui 15-20 C° in corrispondenza della zona basale favorisce l’emissione di iniziali radicali. E’ importante che il substrato sia coibente in modo da impedire dispersioni di calore verso la parte distale della talea, fatto che può provocare chiusura delle gemme e l’insuccesso della produzione. Per evitare questo fenomeno la parte superiore delle talee viene tenuta in ambiente freddo. L’epoca in cui viene eseguita questa operazione dipende dalla cultivar, ma i migliori risultati si ottengono tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. Con la tecnica dell’impiego di sacchetti di polietilene le talee, dopo un trattamento con IBA vengono messe in un sacchetto di plastica dotato di substrato. Il terzo metodo usato per la radicazione delle talee è la nebulizzazione. Vengono utilizzati dei germogli dotati di foglie, posti su bancali contenenti un sostrato fertile; acqua nebulizzata sulle foglie ad intervalli tali da mantenere un velo d’acqua che impedisca la disidratazione a abbassi la temperatura delle foglie. L’intervallo tra due erogazioni viene controllata con sistemi automatici. Dopo la radicazione le talee vengono poste in vasetti e messe per 2-4 settimane in serra  di ambientamento prima di essere messe in campo. Un’altra tecnica di moltiplicazione è la coltura in vitro, usata soprattutto per alcuni portainnesti come il GF 677.

Per innesto
Fra i vari tipi di innesto quello a gemma è tra i più utilizzati. Può essere fatto a “gemma dormiente”, dal mese di agosto a tutto settembre e a “gemma vegetante”, in primavera. In questo caso le marze vanno prelevate nel periodo di riposo invernale e conservate in ambiente freddo.

Sulla scelta dell’opportuna distanza di piantagione sono determinanti:

·         La forma dell&rsuo;albero

·         Il tipo di potatura

·         Il portinnesto

Chiaramente si tratta di fattori complementari . In questi anni si è assistito a progressive modificazionidalle forme espanse in volume si è passati a quelle appiattite; dai “vasi” alle “forme libere”, dalle “palmette” ai “fusetti” con il conseguente aumento di densità; senza contare l’avvento della potatura a “tutta cima”. Tutti questi cambiamenti hanno in comune la ricerca d una sempre più precoce entrata in produzione dell’impianto, per massimizzazione del reddito ed un rapido ammortamento dei capitali.

Considerando l’effetto dell’ambiente, rimane difficile trovare un modello d’impianto ottimale per ogni condizione. Un’impianto è considerato di bassa densità se lo spazio a disposizione di ciascun albero è superiore a quello occupato dalla chioma e dall’apparato radicale; di media densità se almeno lungo il filare si crea una continuità fra le chiome; di alta densità se lo spazio  assegnato all’albetro diventa inferiore allo spazio occupato dalla chioma. L’effetto delle diverse densità è che nel primo caso gli alberi sono separati o si toccano appena, nel secondo le chiome si intersecano, mentre nel terzo non solo si intersecano ma si condizionano a vicenda. In particolare negli ultimi impianti ad alta densità, a causa della diversa ricezione della luce, gli alberi tendono a crescere meno in volume e ad allungarsi, avendosi lo spostamento della fascia produttiva verso l’alto.

Teoricamente le distanze dovrebbero rispondere alle esigenze del potenziale sviluppo dell’albero, che determina anche la forma di allevamento più consono. Per fare questo ci possono aiutare alcuni parametri, per esempio l’altezza della chioma. Infatti la distanza tra i filari dovrebbe essere superiore di almeno 1m della altezza della chioma se la parete è contigua. Infine, per quanto riguarda il sesto di piantagione sembra che la disposizione più efficace sia quella in quadro, ma per il pesco possiamo attuare anche quella rettangolare o a settonce.
Il pesco è possibile innestarlo su franco, mandorlo, albicocco, susino e su vari ibridi interspecifici.
Il franco è comunque ancora oggi il soggetto più utilizzato, a cui seguonoin ordine decrescente di importanza gli ibrici di pesco, di mandorlo, di susino ed ibridi interspecifici.

Franco
I franchi derivano da semi delle varietà coltivate e danno caratteristiche di buon vigore, rusticità e soddisfacente ed uniforme produttività (soprattutto nei terreni freschi e ben drenati). Risulta affine con tutte le varietà coltivate ma di contro presenta sensibilità al freddo, sensibilità ai nematodi, ai terreni salsi, al calcare ed alla stanchezza del terreno. E' ancora oggi quello più utilizzato.

Franchi Selezionati
G.F. 305: selezionato nel 1948 alla stazione di ricerca della Grande Ferrade risulta essere vigoroso e con capacità di produrre piante uniformi. I semi sono piccoli ed hanno un'elevata germinabilità. E' però sensibile all'Agrobacterium tumefaciens e questo ne pregiudica l'utilizzo.
Harrow blood: selezionato ad Harrow (Canada), presenta pianta piccola, compatta con portamento assurgente e foglie rosse. Resiste al Corineo ed al cancro batterico. E' affine alle più comuni cultivar di pesco, ma presenta problemi per alcune nettarine ed è molto resistente al freddo. In Emilia-Romagna a evidenziato insufficiente vigore.
Serie P.SA e P.SB: E' un gruppo di nove linee caratterizzate da un buon grado di germinabilità e da uns buona vigoria. Risulta sensibile all'oidio.

Franchi selezionati per la resistenza ai nematodi
Fra questi tipi di portinnesto si ricordano Nemaguard (poco diffuso in Italia per la scarsa resistenza ai nematodi presenti nel nostro territorio), Okinawa (elevata esigenza in fatto di temperature soprattutto primaverili), Stribling e Rancho Resident.

Susini
I portinnesti di susino permettono una riduzione dello sviluppo di circa il 25%, possiedono una migliore resistenza alla clorosi da calcare, all'asfissia radicale ed al reimpianto. Sono però sensibili alla carenze idriche. Hanno un minore vigore vegetativo e presentano spesso disaffinità d'innesto. Alcuni tendono ad emettere molti polloni.
Tra i più importanti si ricordano Brompton, GF 43, GF 655-2 e GF 1869.

Mirabolano
Molto interessante risulta una selezione recente di mirabolano ottenuta dal DCA dell’Università di Pisa, l’MRS 2/5, che presenta scarsa attitudine pollonifera, affinità sia con pesco che con la nettarina ed ha buona resistenza sia all’umidità sia al calcare attivo. Inoltre tende ad anticipare la maturazione e tende a migliorare la colorazione dei frutti. Adatto per impianti ad elevata densità soprattutto con piante vigorose e in presenza di terreni fertili o molto fertili.

Ibridi interspecifici vari
GF 677 (pesco x mandorlo): Ibrido selezionato dall'INRA e conferisce elevato vigore ed elevata resistenza al calcare ed alla siccità. Ha una certa tolleranza per l'umidità ed è affine alle cultivar più diffuse. Molto usato nel reimpianto di terreni dove il pesco è stato appena coltivato.
Ibridi Rigotti 1-2-3: Ottenuti dalla Scuola Agraria di S. Michele all'Adige risultano sensibili all'a. tumefaciens e possiedono buono resistenza al calcare ed alla siccità.
Barrier 1: Selezionato dall’Istituto per la Propagazione delle Specie Legnose del CNR di Firenze che offre una valida alternativa al GF 677. Rispetto a questo risulta meno suscettibile all’Agrobacterium tumefaciens e di Phytophtora e fa ritardare di qualche giorno la fioritura  e la maturazione.
Ishtara: Sembra risultare interessante (anche se ancora sotto osservazione) e con una rusticità ridotta rispetto al precedente.

Selvatico
Soggetto derivato da semi raccolti da popolazioni di peschi selvatici e danno buona vigoria e risultano molto rustici e suscettibili all'asfissia radicale ed al calcare.
Il pesco è considerata tra le specie da frutto più esigente in fatto di terreno.Quindi per ottenere buoni risultati tecnici ed economici è necessario utilizzare dei terreni che abbiano uone caratteristiche fisiche. E’ richiesto un terreno tendenzialmente sciolto, fresco e ben drenato. Il pesco teme infatti i ristagni idrici che possono provocare asfissia radicale ed eventuali fenomeni di fermentazioni radicali con produzione di sostanze tossiche. Altra caratteristica del tipico terreno da pesco è la presenza di calcare in quantità limitata (meno del 7-8% di calcare attivo). Volendo indicare un dato di riferimento, un buon terreno per pescheto non dovrebbe superare il 20% di argilla ed un valore indicativo per la permeabilità è una velocità di infiltrazione superiore ai 40 mm/ora. Per la sostanza organica il valore dovrebbe essere in media tra il 2,2 ed il 2,6 % in peso del terreno. Quando non è possibile utilizzare un terreno con caratteristiche ottimali si può ricorrere a portinnesti diversi dal franco, che permettano un buon adattamento. Le lavorazioni straordinarie, una volta scelto il terreno su cui attuare la coltura, per la preparazione del terreno assumono una grande importanza per ottenere le condizioni agronomiche ottimali.
Uno schema orientativo per le lavorazioni ordinarie nel pesco è il seguente:
  • Lavorazioni aventi lo scopo di favorire la conservazione delle acque meteoriche e di interrare i fertilizzanti. Se effettuate a fine estate o inizio autunno (prima delle piogge) questa lavorazione avrà una profondità di 15-20 cm.
  • Lavorazioni attuate per eliminare malerbe. Variano in numero ed epoca di esecuzione a seconda dell’andamento stagionale. Solitamente vengono effettuate ad una profondità di 10-15 cm. In terreno sciolto, con poca materia organica, ed in assenza di gramigna converrà effettuare l’interramento dell’erba con effetto di sovescio naturale.
Esiste anche la possibilità di effettuare tecniche alternative alle lavorazioni. Una tra queste è il diserbo chimico che però presenta qualche problema.
In particolare si sono registrati danni indiretti alle piante attraverso la tossicità per accumulo dei diserbanti nel terreno, con conseguente diminuzione delle rese. In ogni caso una razionale applicazione del diserbo chimico richiede la presenza di una buona capacità del terreno, e una buona dotazione di materia organica. Altra tecnica è la pacciamatura che trova un’applicazione sicura nelle zone adatte alla produzione di coltivazioni precocissime e nel caso della produzione di pesche sotto copertura mediante forzatura. La pacciamatura permette inoltre lo sviluppo abbondante del sistema radicale nella zona superficiale del terreno. Le radici quindi non sono costrette a svilupparsi molto in profondità, dove potrebbero essere ostacolate da quelle condizioni che limitano l’estensione del franco di coltivazione.

Per ultimo ricordiamo l’inerbimento, alternativa alle lavorazioni, trova impiego solo in alcune zone peschicole, abbinata al diserbo chimico o alla pacciamatura lungo il filare. Sono interessate soprattutto le zone settentrionali di coltura. Nelle zone a clima mediterraneo sono stati registrati insuccessi nell’applicazione dell’inerbimento. Si sono verificati casi di scarsa vigoria e vegetazione delle piante, produttività ridotta  con pezzatura inadeguata, nonostante il minor numero di frutti lasciati sulle piante con il diradamento. I motivi di tale fenomeno sono legati ala competizione idrica e nutrizionale attuata dalle piante che costituiscono il cotico erboso nei confronti del frutteto. Vanno previste quindi una irrigazione e concimazione adeguata alle maggiori esigenze del frutteto inerbito.
Negli ultimi dieci anni le tecniche di potatura, di allevamento e di impianto del pesco hanno subito profonde innovazioni. Queste sono dovute soprattutto alle nuove esigenze economiche in cui si sono rovati ad operare i peschicoltori. Essendo, ad esempio, la mano d’opera una delle voci più elevate tra i costi della produzione si cerca di attuare una riduzione degli interventi cesori favorendo il libero accrescimento della pianta, ottenendo anche un anticipo della messa a frutto. Si cerca inoltre di impiegare sostanze chimiche per il diradamento dei frutticini e di meccanizzare il più possibile le varie operazioni colturali.

Forme di allevamento
Ultimamente la classificazione più adottata ai fini pratici è quella riferita ai metodi di raccolta e all’investimento per ettaro.
  • Forme per impianti di tipo tradizionale
  • Idonee per la raccolta manuale o integrata
  • Idonee per la raccolta meccanica
  • Forme adottate per impianti ad elevata densità di piantagione
Vengono qui classificate le forme più comunemente adottate soprattutto per le cultivar da consumo fresco dove è ancora necessaria la raccolta manuale o l’uso di particolari mezzi meccanici.

Considerando l’effetto dell’ambiente, rimane difficile trovare un modello d’impianto ottimale per ogni condizione. Un impianto è considerato di bassa densità se lo spazio a disposizione di ciascun albero è superiore a quello occupato dalla chioma e dall’apparato radicale; di media densità se almeno lungo il filare si crea una continuità fra le chiome; di alta densità se lo spazio  assegnato all’albero diventa inferiore allo spazio occupato dalla chioma. L’effetto delle diverse densità è che nel primo caso gli alberi sono separati o si toccano appena, nel secondo le chiome si intersecano, mentre nel terzo non solo si intersecano ma si condizionano a vicenda. In particolare negli ultimi impianti ad alta densità, a causa della diversa ricezione della luce, gli alberi tendono a crescere meno in volume e ad allungarsi, avendosi lo spostamento della fascia produttiva verso l’alto.

Teoricamente le distanze dovrebbero rispondere alle esigenze del potenziale sviluppo dell’albero, che determina anche la forma di allevamento più consono. Per fare questo ci possono aiutare alcuni parametri, per esempio l’altezza della chioma. Infatti la distanza tra i filari dovrebbe essere superiore di almeno 1m della altezza della chioma se la parete è contigua. Infine, per quanto riguarda il sesto di piantagione sembra che la disposizione più efficace sia quella in quadro, ma per il pesco possiamo attuare anche quella rettangolare o a settonce.
Le forme di allevamento preferite dal pesco e dalle nettarine oggi sono il vaso semplificato, il vaso ritardato, il fusetto, la palmetta libera e l’ipsilon trasversale. A queste vanno aggiunte il vaso californiano e la palmetta a branche oblique divergenti che sono state studiate per quegli impianti adatti ad una intensa meccanizzazione.

Vaso
Rappresenta uno dei sistemi di allevamento presenti sia nella vecchia peschicoltura che in quella moderna. Si ottiene abbastanza facilmente ed è facile conservarlo in quanto rivestito di molte formazioni fruttifere ed a legno. Comporta ampie distanze (6x5 – 6x6 m) con piante innestate su franco, poste in terreni fertili, che richiedono tagli energetici con una lunga fase di allevamento e quindi una tardiva entrata in produzione. Non risulta particolarmente adatto ad una totale meccanizzazione delle operazioni colturali.

Vaso semplificato

Simile al vaso tradizionale ma rispetto al suo predecessore risulta più semplice. Costituito da un tronco breve dal quale partono tre o quattro branche ruotate di 120° o 90° sul piano orizzontale ed inclinate di 35° rispetto alla verticale. Una delle tre deve obbligatoriamente svilupparsi lungo il filare. Ogni branche successivamente grazie al rivestimento delle brachette e della vegetazione tende ad assumere una conformazione triangolo-conica con base verso il tronco. La formazione dell’albero avviene generalmente partendo dall’astone di un anno, oppure da un soggetto posto a dimora con innesto a gemma dormiente. Le distanze sono di 4,5 m tra le file e di 3-4 m sulla fila.

Vaso ritardato
E’ la forma in volume alternativa a quella in parete che viene sempre più adottata nelle aziende di ampie dimensioni o in quelle ridotte per giustificare l’acquisto di un carro raccolta. Simile al vaso semplificato ma che viene ottenuto con ritardo in quanto conserva l’asse centrale in modo tale da favorire l’apertura in fuori delle branche. Si ottiene preferibilmente mettendo a dimora astoni di un anno, anche se non molto sviluppati in altezza, possibilmente provvisti di rami anticipati ben significati; prima della ripresa vegetativa si pulisce il tronco fino a 50 cm da terra, si eliminano i rami troppo vigorosi alleggerendo la cima. L’uso di un filo fin dall’impianto al quale fissare le piante, eventualmente con l’ausilio di una canna, favorisce il mantenimento in posizione verticale, l’assestamento delle radici ed una migliore ripresa. Nel corso del primo anno non occorre alcun intervento salvo qualche ritocco sui germogli troppo vigorosi, specie se nella parte alta; al termine della prima vegetazione la si elimina nei primi 50 cm e si diradano i rami presenti sulla cima dell’astone. Nel corso del secondo anno la pianta si sviluppa, oltre che in altezza, maggiormente in larghezza per l’ombreggiamento provocato sulle branche dall’astone mentre il prolungamento delle branche si attenua per la crescita di vigorosi rami laterali, così che la pianta assume naturalmente una forma globosa ed è pronta per un’abbondante produzione. Al termine della seconda vegetazione si deve intervenire poco, proprio per favorire un’elevata fruttificazione, alleggerendo l’astone con l’eliminazione dei rami più vigorosi e predisponendo a sostenere la forte produzione del terzo anno al termine del quale il suo ruolo sarà esaurito. Dopo la raccolta del terzo anno, in presenza di vigore eccessivo, o al termine della vegetazione, si procede alla completa eliminazione dell’astone in modo da ottenere una forma di vaso con 4-5 branche. Queste verranno deviate sopra una sottobranca alleggerendola nella cima senza eseguire tagli di ritorno per non provocare emissioni di succhioni. Nel corso della quarta vegetazione la pianta è in piena produzione e con la potatura si eseguono tagli di ritorno delle branche in luglio o dopo la raccolta per favorire la lignificazione ed una migliore illuminazione. Il taglio di ritorno, che può essere fatto anche anche alla fine della vegetazione, va eseguito sul legno di almeno due anni, sopra numerosi rami, meglio se non molto vigorosi. L’altezza definitiva così raggiunta deve essere tale da consentire l’esecuzione di tutte le operazione di tutte le operazioni manuali da terra. La forma a vaso ritardato, come altre forme contenute in altezza, è più esposta a danni da freddo, siano gelate invernali o brinate tardive.
Una volta raggiunta la formazione definitiva l’asse centrale tende a scomparire e l’albero si presenta impalcato in basso con 4-6 branche aperte di 50-60° rispetto alla verticale e rivestite ognuna da corte brachette. Le distanze medie adottate risultano di 3,5 m lungo la fila e di 5,5-6 m tra i filari. Distanze minori determinano una riduzione del numero delle branche ed una maggiore potatura verde.

Palmetta libera
Ha costituito il passaggio dalla forma in volume ad una forma in parete con il vantaggio di poter utilizzare piattaforme per l’esecuzione delle operazioni manuali di potatura, diradamento e raccolta facilitando al contempo l’impiego delle macchine per i trattamenti, i diserbi e la lavorazione del terreno. Forma preferita in impianti dove è possibile l’utilizzo di mezzi meccanici agevolatori soprattutto se si usano cultivar vigorose o cultivar di normale vigore ma con terreni di buona fertilità. A raggiungimento del pieno sviluppo si presenta come una siepe che differisce dalla palmetta regolare in quanto ha un’asse centrale dal quale dipartono le varie branche inclinate ma disposte senza una precisa regola. Le distanze di allevamento sono di 4,5-4 m tra le file e di 3-4 m sulla fila. Durante la prima vegetazione, occorre intervenire per favorire lo sviluppo dei germogli che dovranno costituire lo scheletro, eliminando o spuntando i diretti concorrenti, mentre la potatura invernale servirà a completare quella estiva limitando i tagli ai rami eccessivamente vigorosi ed alleggerendo le cime delle branche primarie o del tronco. Fin dal primo anno si opera la scelta delle brachette secondarie sulle branche della prima impalcatura eliminando i rami anticipati della cima per 20-30 cm diradando gli altri, eliminando quelli in posizione dorsale e ventrale. Per ottenere piante equilibrate è fondamentale  dare giusta inclinazione alle branche ed alle sottobranche: le branche della prima impalcatura debbono avere un angolo di inserzione sul tronco superiore  a 45°, mentre quelle della seconda e della terza impalcatura, a volte poco vigorose, è opportuno lasciarle in posizione naturale fino al raggiungimento della giusta dimensione. Durante la seconda vegetazione si eseguono due o tre interventi di potatura verde per alleggerire le cime delle branche della prima impalcatura scegliendo le brachette secondarie, individuando le branche della seconda e della terza impalcatura con piegatura e torsione dei germogli  troppo vigorosi o mal inseriti. In presenza di frutti si dovranno eliminare quelli verso la cime delle branche lasciando molto carichi i rami troppo vigorosi. Alla fine del secondo anno la potatura segue gli stessi criteri visti per favorire la formazione dello scheletro, iniziando contemporaneamente una potatura di produzione sui rami misti che andranno ridotti nel numero e nelle dimensioni. Allo stesso modo si procede nella terza vegetazione scaricando le cime, eliminando o torcendo alla base i rami troppo  vigorosi con almeno due passaggi di potatura verde. Nel corso delle successive vegetazioni gli interventi in verde si riducono a uno o due all’anno, mentre alla fine della vegetazione o prima della ripresa, si opererà solo con la potatura di produzione che consisterà in tagli di ritorno, sempre su legno di due o tre anni sopra un ramo non troppo vigoroso, diradamento dei rami misti ed eliminazione di quelli obsoleti. La potatura si inizia dalla cima di una branca scendendo verso la base individuando il, prolungamento della branca stessa, eliminando i rami troppo vigorosi e troppo deboli o male inseriti. L’intensità della potatura varia a seconda della quantità delle gemme a fiore presenti, degli eventuali danni da freddo o insufficiente quantità di ore di freddo.

Fusetto
L’intensificazione degli impianti e la riduzione delle distanze ha fatto introdurre questa forma di allevamento anche nel pesco. Forma una parete continua che permette di realizzare impianti ad elevata densità. Si costituisce tramite la potatura verde e a causa dell’alta produttività tende a formare frutti di piccole dimensioni, richiedendo così un intenso diradamento per ottenere frutti di calibro maggiore. E’ costituita da un’asse centrale rivestito da branche inclinate in fuori e disposte in modo elicoidale. Il vigore e la lunghezza sono decrescenti dal basso verso l’alto in modo da forma un cono. Tende a rispettare il comportamento naturale dell’albero e richiede una potatura verde attenta e maggiore rispetto alle altre forme di allevamento. E’ possibile ottenere il fusetto anche da astoni lasciati interi purchè questi siano ben maturi e vigorosi, meglio se provvisti di rami; in questo caso è preferibile sostenere l’impianto con pali ed un filo nei primi due anni. Gli interventi di potatura verde e di potatura invernale vanno fatti con gli stessi criteri visti per altre forme,mantenendo stretta la parte alta della pianta, formando un primo giro di 4-5 branche basali mantenute lunghe 100-120 cm con una inclinazione superiore ai 55.60 ° sulle quali si fanno sviluppare diverse sottobranche a seconda della lunghezza delle branche. Per dare luce alle piante  evitando che si spoglino al loro interno o che la vegetazione si sposti troppo in alto occorre, a volte, intervenire presto nel corso ed al termine del primo anno e nel secondo, in modo energico con almeno una anche rapida potatura estiva ed una forte potatura entro settembre che verrà rifinita prima della fioritura. Si adatta molto bene ai terreni non molto fertili ed invece non è consigliata con cultivar a portamento tendenzialmente assurgente. Le distanze sono di 2-3 m lungo la fila e di 4,5-5 m tra la fila.

Ipsilon trasversale
Da alcuni anni si sta nuovamente diffondendo, specie nel meridione d’Italia e nel Veronese, per realizzare più alte densità d’impianto. Il sistema si presta molto bene anche per la forzatura con tunnel di plastica. Anche questa forma va nella direzione di pescheti più curati fin dall’inizio, al contrario delle forme libere, viste le condizioni meno naturali per le piante ed i maggiori investimenti iniziali. Presenta due pareti inclinate e convergenti alla base, formate da due branche per pianta con un’inclinazione prossima ai 45° a volte anche inferiore o molto superiore (60-70° nel veronese). Le distanze adottate sono comprese fra i 4-5 m tra le file e i 1,5-2 m fra le piante sulla fila. Si ottiene da astoni cimati a 40-60 cm o da piante a gemma dormiente o innestate sul posto, favorendo lo sviluppo di un germoglio cimato al verde per dare origine a due germogli anticipati che verranno lasciati inizialmente liberi di sviluppare per poi intervenire in estate od a settembre divaricando gradualmente con l’aiuto di due robuste canne sostenute da una struttura permanente costituita da pali ed un filo. Quest’ultimo deve essere posto ad un’altezza di almeno 2m così che non intralci il passaggio degli operatori. Durante la prima vegetazione, sono necessari alcuni interventi, peraltro rapidi, di potatura verde per tenere leggere le cime delle due branche, eliminare o mortificare i germogli troppo vigorosi che si sviluppano in posizione non troppo favorevole inducendo lo sviluppo di brachette fruttifere laterali ben esposte alla luce. Allo stesso modo si procede durante le successive vegetazioni, rifinendo alla fine del riposo, come visto nelle altre forme. Permette di intercettare meglio la luce e conseguentemente di produrre di più. Le distanze medie sono di 1,5-2 m lungo la fila e di 4,5-5 m tra le file.

Sistema di allevamento Terreno fertile irriguo Terreno irriguo poco fertile Terreno fertile non irriguo Terreno sciolto non irriguo
Vaso 6,0x6,0 5,5x5,0 5,0x5,0 5,0x4,0
Vasetto ritardato 5,5x4,0 5,0x3,5 5,0x3,0 4,5x2,5
Palmetta irregolare 5,5x5,0 5,0x4,5 5,0x4,0 4,5x3,5
Palmetta a 1 impalc. 5,0x4,0 4,5x3,0 4,5x3,0 4,0x3,0
Fusetto 5,0x3,0 5,0x2,5 4,5x2,0 4,5x1,5
Ipsilon trasversale 5,0x2,0 4,5x2,0 4,5x1,5 4,5x1,5

Queste due forme di allevamento sono invece adatte alla raccolta meccanica come per esempio lo sono le percoche destinate all’industria.

Vaso californiano
Costituito da un tronco di 80 cm e da 4-6 branche principali erette. Non essendo presenti delle branche secondarie al loro posto per permettere lo scuotimento viene favorito lo sviluppo di brachette rivolte verso il basso ricche di brindilli e di dardi fiorali. L e distanze medie sono di 5 x 7 m in modo tale da poter permettere un comodo movimento alle macchine. Normalmente l’impostazione iniziale è come il, vaso classico ma quando i tre germogli scelti raggiungono gli 80 cm vengono cimati in modo tale da poter provocare lo sviluppo di due germogli anticipati che vengono lasciati crescere liberamente. Vengono cos’ a crearsi 6 branche con un’inclinazione di in fuori per poter permettere la trasmissione delle vibrazioni applicate al tronco. Con le successive potature si favorisce la formazione delle brachette pendule lasciando lungo le brache diversi rami misti vigorosi che vengono sottoposti a torsione in modo tale da assumere una posizione diretta verso il basso.
Palmetta a branche oblique: Presenta tre palchi di branche laterali e viene costituita grazie alle stesse metodologie per formare una palmetta regolare a branche oblique. Successivamente però solo le branche basali si sviluppano sul filare mentre il secondo palco si sviluppa su di un piano ruotato fdi 20° rispetto al piano del filare mentre il terzo risulta ruotato di altri 20° nell’altro senso. In questo modo le formazioni fruttifere non possono ostacolarsi sia nello sviluppo sia nel momento della raccolta meccanica per scuotimento. Questa sua gestione agronomica permette di poter ottenere in modo veloce lo scheletro ed un precoce inizio di produzione.
Il pesco fruttifica sui rami misti di un anno (le per coche fruttificano soprattutto sui brindelli e sui dardi), quindi bisognerà intervenire dal 3°-4° anno in avanti con potature energche a fine inverno asportando dal 50 al 70% dei rami. Nelle per coche, volendo privilegiare formazioni fruttifere meno vigorose, la potatura sarà più leggera. La potatura di produzione comincia ad essere applicata prima che la pianta abbia raggiunto la forma definitiva (partendo dalla cima verso la base) eliminando rami troppo deboli e troppo vigorosi, i rami inseriti dorsalmente e quelli che hanno già prodotto per mantenere una buona penetrazione della luce. In assenza di questa, infatti, non ci sarebbe la differenziazione delle gemme a fiore. Inoltre bisogna permettere la formazione di nuove brachette con raccorciamenti in corrispondenza di rami laterali e soprattutto mantenendo un giusto equilibrio tra attività vegetativa e capacità produttiva dell’albero, sempre in relazione alle caratteristiche pedoclimatiche della zona e delle tecniche colturali adottate.
Il pesco, già dai primi anni, può fornire notevoli produzioni. E’ importante allora che le piante possano sviluppare rigogliosamente fin dal momento dell’impianto, il che si ottine con una adeguata concimazione azotata, che è la più importante nel periodo giovanile. Successivamente la concimazione permette di ottenere alte rese produttive ed una buona qualità dei frutti: calibro, colore, turgidezza e sapidità, resistenza alle manipolazioni. Il pesco fruttifica soprattutto sui rami misti di buona lunghezza (50 cm), per ottenere i quali è necessaria, oltre alla potatura, la concimazione che assicura un buon rinnovamento vegetativo, anche in presenza di una buon rinnovamento vegetativo, anche in presenza di una produzione notevole. La vita produttiva del pesco è breve (10-12 anni), ma può essere incrementata con una adeguata concimazione, che permette une maggiore resistenza ai parassiti, aiutando la pianta a reagire alle avversità.

Azoto
E’ la specie frutticola che, insieme agli agrumi, presenta il maggior fabbisogno di azoto. Nelle fasi giovanili è bene mantenere alta la disponibilità , sapendo che il vigore vegetativo che ne deriva non ritarda la messa a frutto. Una buona disponibilità permette un forte accrescimento dei germogli. L’ azoto influenza positivamente le caratteristiche qualitative dei frutti, a differenza di ciò che avviene in melo, pero e vite. Nelle pesche da consumo fresco si nota un aumento di sapore, aroma, succosità e contenuto di acido ascorbico. Nelle pesche da industria migliorano la consistenza della polpa e la sua colorazione gialla, tendono a diminuire invece il contenuto di tannino e l’acidità. L’asportazione annua di azoto nel pescheto può essere sui 110-130 Kg/ha. L’apporto annuo si aggira sui 150 Kg/ha.

Potassio
Il pesco consuma potassio in misura elevata. L’asportazione annua si aggira sui 150 Kg/ha per produzioni dai 250 ai 300 q/ha. L’elemento ha una influenza favorevole sulle caratteristiche dei frutti: aumentano la pezzatura e la turgidità, migliorano il sapore, il colore ed il profumo. Non viene tuttavia accumulato nei tessuti di riserva se non in quantità scarsa.

Fosforo
L’asportazione di fosforo da parte del pescheto si aggira annualmente sui 20-25 Kg/ha. Raramente questo elemento risulta carente, in base ad analisi fogliari effettuate. Le carenze che vengono eventualmente rilevate sono dovute al fatto che il fosforo tende ad essere immobilizzato negli strati superficiali del terreno, soprattutto quando questo è ricco di colloidi argillosi e povero di humus.

Magnesio
L’asportazione annua di questo elemento è di poco inferiore a quello del fosforo. Le forti concimazioni potassiche possono causare antagonismo nei confronti del magnesio sino a manifestazioni di carenza.

Zolfo
Carente solo in terreni alcalini dove può essere utilizzato, sotto forma di solfato, come correttivo.

Ferro
E’ il più importante tra i microelementi. Quando il pesco è innestato in franco, in terreni calcarei a ph alcalino, si manifesta anche vistosamente la clorosi internervale delle foglie, partendo da quelle più giovani all’apice dei germogli. Questo sintomo è facilmente distinguibile dalla deficienza di azoto, che comporta la clorosi a partire dalle foglie basali del germoglio. Se la clorosi ferrica si manifesta in forma grave, le foglie divengono quasi bianche per la scomparsa della clorofilla, disseccano e cadono. Si può arrivare al disseccamento di intere branche con immediate ripercussioni sulla fruttificazione. La clorosi fogliare è causata indirettamente dalla carenza di ferro. Questo elemento entra infatti nella struttura del cloroplasto e partecipa alla sintesi del pigmento clorofilliano. La insolubilizzazione del ferro nel terreno è dovuta, secondo l’ipotesi più accreditata, alla presenza nel terreno di una quantità eccessiva di carbonato di calcio solubile. Occorre quindi fare attenzione alla quantità di calcare attivo presente nel terreno. Una eccessiva dotazione di fosforo e manganese nel terreno facilità il manifestarsi della clorosi ferrica, la presenza di humus e potassio ha l’effetto opposto. Per prevenire e curare i fenomeni di carenza di ferro si sono dimostrati utili i chelati di ferro che impediscono la insolubilizzazione del ferro a livello del terreno. Alcuni di essi possono essere applicati attraverso irrorazioni fogliari. Si sono dimostrati utili i chelati del tipo “sequestrene”. Distribuiti al terreno nella dose di 150-200 g. a pianta in soluzione acquosa, hanno ridotto il rinverdimento delle foglie clorotiche, attraverso la ricostruzione dei cloroplasti alterati. Questa pratica è molto costosa ed ha un effetto solo temporaneo, dovendo essere ripetuta tutti gli anni.

La peschicoltura moderna pone l’esigenza di aumentare le concimazioni rispetto al passato, perché si tende ad aumentare la densità d’impianto e limitare la potatura di allevamento, per ottenere alte produzioni già dai primi anni d’impianto.Nella età adulta le notevoli produzioni raggiungibili richiedono adeguate concimazioni, anche tenendo presenti le maggiori esigenze di portainnesti del susino, sempre più impiegati in particolari condizioni. I occasione del reimpianto occorre prevedere una concimazione abbondante ed equilibrata, anche se non potrà permettere di superare la cosiddetta “stanchezza del terreno”. Tale fenomeno non è dovuto a carenza nutrizionale, ma ai residui tossici lasciati dalle radici dell’impianto precedente, e anche alle infestazioni di nematodi o altri parassiti animali e vegetali. Un grosso contributo alla soluzione del problema è data dalle fumigazioni del terreno, che tuttavia sono piuttosto costose e devono essere eseguite da ditte specializzate, autorizzate all’uso di sostanze tossiche molto pericolose (bromuro di metile).

Nel pesco si nota una spiccata interferenza tra concimazione, in particolare azotata, e potatura di produzione. Se viene effettuata una forte potatura ed una eccessiva concimazione azotata, gli alberi tendono a sviluppare molti rami anticipati (succhioni) con formazione di una chioma troppo fitta. Quindi per ottenere buoni risultati da una forte concimazione azotata occorre limitare la potatura. Il diradamento dei frutticini va fatto precocemente non solo per i vantaggi che si ottengono per la qualità dei frutti, ma anche perché si ottiene in questo modo un risparmio di elementi nutritivi.
In caso di carenze idriche, le turbe metaboliche conseguenti provocano nel pesco un minor accrescimento dei frutti e dei germogli, una più tardiva maturazione, una maggior cascola, un ritardo e ua minor entità nella differenziazione delle gemme. Le influenze sull’ultima fase della morfogenesi fiorale possono portare ad una maggiore presenza di frutti doppi. L’accrescimento ridotto e la minore vigoria provocano, in generale, una diminuzione del numero complessivo di gemme a fiore per albero. Le esigenze idriche variano  durante il ciclo vegetativo della pianta: tale fase di indurimento del nocciolo sono crescenti e raggiungono il valore massimo nella fase di distensione delle cellule. Non sono però da trascurare le esigenze specifiche dell’apparato radicale, che si accresce notevolmente nel momento della ripresa del ciclo vegetativo.

Oltre ad assolvere alla sua funzione di rendere disponibile l’acqua per i normali processi metabolici della pianta, l’irrigazione tende a favorire l’ingrossamento dei frutti e permette così di ottenere una pezzatura più elevata del prodotto finale. L’influenza nella consistenza della polpa sembra essere negativa solo se l’irrigazione è praticata nella fase finale dell’accrescimento del frutto e su piante con elevata carica produttiva. Altri effetti dell’irrigazione sono la diminuzione del contenuto in solidi solubili e in sostanza secca, l’aumento dell’acidità titolabile, miglioramento del gusto e del colore. Nelle piante irrigate può manifestarsi un aumento della percentuale in frutti scatolati ovvero con nocciolo fessurato, soprattutto se l’irrigazione fa seguito ad un periodo di siccità in quelle cultivar che sono predisposte. L’influenza della irrigazione sulla qualità dei frutti dipende anche dalla intensità di potatura e diradamento. In particolare l’influenza positiva di alti volumi di adacquamento è valorizzata da un alleggerimento del diradamento, si ottiene una maggiore produzione senza pregiudicare la qualità dei frutti.

Per alcune zone peschicole sono stati calcolati i volumi e le epoche di intervento in riferimento alla piovosità media del periodo irriguo in questi ambienti si è visto che è possibile ridurre la perdita di produzione irrigando nei periodi critici (indurimento del nocciolo e ingrossamento del frutto) con un volume di adacquamento ottimale, cioè una o due irrigazioni per complessivi 1000-2000 m3 attuate quando l’acqua disponibile è circa il 50% della capacità di campo al fine di ottenere incrementi anche notevoli della pezzatura dei frutti.

Si vuole anche indicare quali siano i parametri che definiscono la qualità dell’acqua. Il pesco infatti risulta sensibile alla presenza di sodio scambiabile nel terreno, quindi è necessario che l’acqua di irrigazione ne contenga in quantità molto limitata. Già un’acqua classificata S1 (con alcalinità bassa) avente valori 0-10 del SAR deve essere ritenuta dannosa. Il pesco inoltre è sensibile alla salinità delle acque inferiori all’1 per mille., in particolare nel caso di irrigazioni frequenti ed in terreni argillosi o con cattiva struttura, poco impermeabili e non sufficientemente drenati. Il portamento può ovviamente influire sulla sensibilità al contenuto salino dell’acqua, ad es. il susino “Marianna” trattiene il cloro nelle radici, riducendo così l’accumulo nei frutti e nelle foglie. Nel pesco gli effetti di somministrazioni di acqua con salinità alta o molto alta, possono essere rappresentati da un’aumento di cloro nelle foglie e diminuzione di potassio e di calcio, nessun effetto sul sodio nelle radici e diminuzione del fosforo.
E’ la più importante operazione per ottenere frutti di pezzatura commerciale a complemento della potatura sia di allevamento che di produzione. Va eseguita alla quarta-sesta settimana (2535 giorni) dopo la piena fioritura. Se si inizia precocemente assicura una migliore pezzatura dei frutti, un anticipo della maturazione, miglior colore e maggiore differenziazione di gemme per l’anno successivo ma, nelle varietà soggette a spaccatura del nocciolo, ne accentua il difetto. Nelle varietà molto precoci e sotto il tunnel di forzatura, può essere utile eseguire il diradamento in due volte, una prima volta energica e una seconda di rifinitura. Il diradamento chimico nel pesco sembra molto difficile da mettere in atto per la varietà da consumo fresco e nettarine mentre è più facile e praticabile per le percoche così come il diradamento meccanico.
Per quanto riguarda la maturazione le pesche vengono considerate idonee ad essere raccolte quando il colore di fondo della buccia vira dal verde al bianco crema (nelle cultivar bianche) o al giallo (i quelle a polpa gialla). Un indice di maturità obiettivo è quello basato sulla determinazione della durezza della polpa per mezzo di penetrometri, il quale chiaramente varia in rapporto alle cultivar ed alla destinazione del prodotto. Per quanto concerne questo ultimo punto, si deve tenere presente che le percoche (utilizzate per la preparazione dei sciroppati) devono essere staccate dagli alberi in uno stadio meno avanzato di quello delle stesse usate per il mercato fresco. Analoghe considerazioni valgono pure le pesche da esportazione, per le quali si prevede un certo intervallo tra raccolta e consumo. In generale tuttavia è bene anticipare la raccolta a non più di una settimana dalla data della maturazione di consumo per evitare di aver frutti poco dolci e di sapore sgradevole.
Le tecniche di raccolta attualmente in uso nella nostra peschicoltura sono:
  1. Raccolta tradizionale
  2. Raccolta integrata
Tali tecniche sono adottate in Italia anche per le percoche destinate all’industria nonostante la raccolta meccanica rappresenti una soluzione tecnicamente possibile ma forse non sempre economicamente valida.

Raccolta tradizionale
Per ciascuna cultivar la raccolta viene eseguita a mano con 3-4 interventi durante il periodo della maturazione che dura in genere 8-10 giorni. I frutti vengono afferrati a piena mano, evitando di comprimerli con le dita. Vengono poi sottoposti ad una leggera torsione per staccarli dal peduncolo facendo attenzione a non lacerare l’epicarpo. A questo fine è da evitare la raccolta a strappo.
Ai fini della resa di raccolta sono importanti sia ala carica degli alberi che la compattezza della polpa: le cultivar e polpa consistenti e le percoche in genere possono essere distaccate e manipolate con minori precauzioni rispetto alle altre. Di solito il 30% dei frutti  può essere raccolto da terra ed il rimanente70% situato nelle parti più alte della chioma, viene raggiunto tramite scale, con un calo di resa di raccolta. I frutti così raccolti vengono depositati incesti, generalmente di plastica, e poi travasati in cassetti più grandi per poi trasportarle. Può essere vantaggioso il ricorso a slittini ed a cesti a sacco. I questo tipo di raccolta la resa media di lavoro si aggira sui 40-60 Kg/ora per operaio per la pesche da consumo fresco, e sui 45-70 Kg/ora per operaio per le percoche.

Raccolta integrata
Questo tipo di raccolta è il più diffuso nella nostra peschicoltura, soprattutto con l’introduzione dei carri raccolta a piattaforme laterali.
Le macchine di questo tipo di, anche semoventi, sono costituite da un telaio a quattro ruote, provvisto lateralmente di balconate disposte su più piani regolabili. Su tali balconate operano i raccoglitori a diverse altezza dal suolo. Una minore diffusione hanno invece avuto , per motivi economici, le idroscale, nonostante la maggiore versatilità operativa di queste che possono agire anche in pescheti a vaso. Queste sono costituite da un telaio a tre ruote semoventi portante un braccio oleodinamico recante una gabbia dove opera il raccoglitore. In generale la raccolta integrata consente di raggiungere produttività di lavoro fino al 30% maggiore rispetto alla raccolta tradizionale.

Raccolta meccanica
Nella peschicoltura da industria questo tipo di raccolta può rappresentare una valida alternativa a quella manuale. Diversi sono i modelli in uso.Negli U.S.A., dove questo tipo di raccolta è diffuso, queste macchine sono assai ingombranti e molto costose. Una macchina messa a punto in Italia è costituitala due telai intercettatori che procedono affiancati ai lati di ciascun filare: uno di questi telai  è provvisto di uno scuotitore da tronchi che provoca il distacco dei frutti, mentre l’altro porta i cassoni nei quali giungono i frutti caduti tramite nastri trasportatori. La resa di raccolta è influenzata dalla cultivar, dalla forma di allevamento e dai criteri di potatura, dalla carica dei frutti e dalle densità d’impianto. L’efficacia degli scuotitori è infatti più efficace gli alberi sono provvisti di branche primarie assurgenti, sulla quale sono direttamente inseriti i rami a frutto. Questo tipo di raccolta comporta però l’insorgenza di alcuni problemi che riguardano le caratteristiche del prodotto conferito all’industria di trasformazione. Questi problemi riguardano solo per produzioni destinate alla preparazione di sciroppi e non quella dei succhi e marmellate. Questi problemi derivano non tanto dalla macchina, quanto dal fatto che questo tipo di raccolta non è selettiva, ma è eseguito in una sola volta e quindi comporta il distacco dei frutti eterogenei per calibro e stato di maturazione. Per ridurre questi effetti la raccolta meccanica viene ritardata a circa la metà del periodo di maturazione delle varie cultivar, con pericolo di avere, in alcune cultivar, una perdita di prodotto per cascola preraccolta.

Per quanto riguarda i danni diretti causati dalla macchina, solo le lesioni vere e proprie sono pregiudizievoli qualitativamente, in quanto tali frutti non possono essere utilizzati per fare le “mezzane” e vengono declassati per fare cubetti da macedonia, oppure succhi e confetture. Le semplici ammaccature invece di solito regrediscono nel caso della sciroppatura e non si notano sul prodotto finito. Va però fatto rilevare che l’industria classifica come scarto i frutti che presentano ammaccature anche lievi. Operativamente questo tipo di raccolta può raggiungere capacità di lavoro di circa 30 alberi/ora e una produttività di lavoro di oltre 10 q/h per operaio superando di 15 volte quella manuale. La meccanizzazione integrale della raccolta nelle pesche da industria può portare a contenimenti dei costi di produzione oscillante tra il 5% e il 25%. Può essere anche una solida soluzione ai problemi di reperimento di manodopera, riducendone il fabbisogno.  

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Frutteto con qualche decina di meli, peri e peschi

A proposito di utilizzo di trappole a feronomi, su un piccolo frutteto ha più senso mettere trappole per monitorare i voli o trappole di disorientamento ? Io sono un hobbista… Ma vorrei iniziare a limitare l'utilizzo di insetticidi. Il mio frutteto e' composto da una sessantina di piante fra meli, peschi, susini, ciliegi ed albicocchi sulla collina emiliana.

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