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Rovo o mora Rubus fruticosus

Rovo o mora - Plantgest.com
Descrizione della pianta

Il rovo appartiene alla famiglia delle Rosaceae. La sua pianta è arbustiva, perenne e spinosa. Il frutto è chiamato mora ed è composto da numerose piccole drupe, che a maturità appaiono di color nerastro. In Italia il frutto matura mediamente tra agosto e ottobre. Il gusto è variabile da dolce ad acidulo. Come tutti i frutti di bosco contengono antocianine e flavonoidi, due sostanze antiossidanti. Le more sono inoltre diuretiche, dissetanti e depurative. Non dimentichiamo l'alta concentrazione di acido folico e di vitamina C.

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Il Rovo appartiene alla Famiglia delle Rosaceae, genere Rubus, subgenere Eubatus. Il subgenere è diviso in sei sezioni delle quali solo due, Moriferi e Ursini, contengono specie importati commercialmente. Nella sezione Moriferi sono inoltre classificate specie originarie sia dell'Europa, R. fruticosus, che del Nord America. Nella sezione Ursini sono presenti solo specie del Nord America e rovelli. La capacità di poter incorciare tra loro le varie specie ha poi favorito la creazione di ibridi interspecifici, che rendono ancora più difficile la classificazione. Altre specie sono il R. laciniatus, R. procerus e R. ulmifolius, tutte diffuse in Europa e in Italia, e il R. canadensis, portatore del carattere 'senza spine', diffuso nell'America del Nord.

In generale il rovo è un arbusto con tralci molto lunghi (anche 3 metri) e con un'elevata capacità pollonifera. La corona e l'apparato radicale sono perenni, mentre la porzione epigea è biennale. I fiori, di colore bianco rosato, sono riuniti in infiorescenze terminali panicolate o corimbiforme. Il frutto è costituito da bacche riunite in more di color viola scuro (o nero) e brillante. Alla raccolta il ricettacolo rimane aderente al frutto. L'impollinazione è entomofila. sono coltivate cultivar sia inermi che spinose. La pianta è tendenzialmente rustica, resistente ai freddi invernali e alle brinate tardive.  

Il rovo è originario dell'Africa meridionale. Tanti sono i poeti e scittori che ne hanno decantato la pianta e le sue virtù. Il poeta Virgilio scrive in una sua opera: 'è tempo di intessere canestri leggeri con virgulti di rovo'. Anche Esopo, nella favola la volpe e il rovo, parla di questa pianta. Secondo una leggenda popolare, le more non andrebbero colte dopo il 29 settembre, giorno di San Michele. In quel giorno, infatti il demonio, dopo essere stato cacciato dai cieli, nel suo girovagare notturno precipitò in un boschetto di rovi, ferendosi e pungendosi. Da allora ogni anno, in tale giorno, il maledetto esce dall’inferno, e torna sulla terra per scagliare la sua maledizione contro il pungente cespuglio, sputandoci sopra e facendo seccare i suoi frutti, rendendoli immangiabili. In realtà in quel periodo i frutti delle more perdono di sapore e consistenza, coprendosi di ragnatele e di muffa.

Cresce nei luoghi assolati e polverosi, non gli importa di avere vicino calcinacci, desolazione e rovine. I contadini non lo amano perché è infestante, e dicono: 'Concedetegli uno spazio e vi arriverà fino in camera'. Il frutto carnoso, come quello della fragola, è un falso frutto. I veri frutti sono i 'semini' che ricoprono il falso frutto. Il sapore è eccellente quando il frutto è pienamente maturo, decisamente più acido ed asprigno quando non ha ragginto ancora la maturità.

Il rovo preferisce aree dove durante l'estate non ci siano abbondanti precipitazioni atmosferiche. In questo modo si riduce il rischio di sviluppare infezioni botritiche. Tende a non avere una grande resistenza al freddo, soprattutto per le varietà a portamento eretto e per i rovelli. Mentre le varietà semi-erette sono più resistenti. Generalmente negli ambienti italiani non si riscontrano grossi problemi legati al freddo, anche durante la fase primaverile con le gelate. Si può però consigliare in quegli ambienti più a rischio, in termini di basse temperature, di proteggere le piante ed il terreno subito dopo l'entrata nella fase di dormienza. Molti sono i suoli in cui può crescere e produrre. Tollera meno però i terreni molto argillosi e con elevato tenore di calcare. I suoli migliori sono quelli di medio impasto, con una buona capacità di campo e con un livello medio di sostanza organica (circa il 2-3%). Se il sottosuolo è roccioso o la falda acquifera è superficiale il sistema radicale tende a crescere poco, quindi possono verificarsi problemi in caso di siccità. I rovi sono danneggiati anche dai ristagni d'acqua. Relativamente alla reazione del terreno, il rovo è più tollerante rispetto al lampone alle oscillazione del PH; il livello ottimale è tra i valori 6 e 6.5. Come per il lampone i rovi non devono succedere a solanacee, a causa del rischio d'infezione da Verticillium.

Il rovo può essere propagato con diversi metodi, in base alla specie da cui deriva la varietà. Le varietà semi-erette e striscianti si moltiplicano per propaggine a capogatto o per talea legnosa, in quanto non sono pollonifere e non producono germogli dalle radici. Le cultivar erette sono invece propagate per pollone radicato o talea di radice. Oggi è utilizzata anche la micropropagazione o coltura dei tessuti. Il rovo è infatti considerata una pianta che si moltiplica abbastanza bene in vitro, anche se con maggiore difficoltà rispetto alla fragola. I vantaggi dati da questa tecnica sono l'uniformità delle piante prodotte, la produzione di materiale privo di patogeni e la velocità di propagazione.

 

I sistemi d'allevamento e i sesti d'impianto sono diversi a seconda del portamento delle piante utilizzate. Per le cultivar a portamento eretto il sistema d'allevamento migliore è la siepe. I germogli basali sono fatti sviluppare fino a riempire il filare. In impianti di piccole dimensioni si può inserire una struttura di sostegno fatta da pali a cui viene teso un filo all'altezza di 0,8 metri da terra. In impianti di grandi dimensioni si possono tendere due fili paralleli a distanza di circa 50 cm tra loro posti all'altezza di 0,8 metri. La distanza delle piante sulla fila è di 0,7-0,9 metri, con talee di radici o cultivar poco vigorose e di 0,9-1,2 metri con polloni radicati o cultivar vigorose. Le file distano 2,5-3 metri tra loro.

Per le cultivar a portamento semi-eretto (ma anche strisciante o per rovelli) il sistema d'allevamento migliore è il controspalliera. Sono presenti strutture di sostegno costituite da pali distanti 4-6 metri l'uno dall'altro e da due fili tesi all'altezza di circa 0,8-1 metri e 1,6-1,8 metri dal terra. Nel caso di raccolta meccanica il secondo filo può essere posto a 1,5-1,7 metri da terra. I tralci sono poi legati ai fili e disposti a ventaglio. Al filo inferiore sono legati i gemogli di un anno, mentre a quello superiore si legano o avvolgono gli altri tralci, lasciando perdere i rametti fruttiferi. Lungo la fila le piante distano di 1,5-2,5 metri, a seconda della vigoria. Ogni fila dista 2,5-3,5 metri.

 

Per una corretta valutazione del fabbisogno nutritivo bisogna osservare l'accrescimento vegetativo e la fruttificazione delle piante. Individuati i parametri si vanno a confrontare con tabelle analitiche che stimano elementi e dosi da apportare. Generalmente il fabbisogno di azoto è abbastanza alto, visto il vigore mediamente elevato delle piante. Nel primo anno si potranno fornire localizzati all'incirca 40-50 Kg/ettaro. Negli anni seguenti si possono apportare 80-120 Kg/ettaro. In entrambe le situazioni la varietà sposta decisamente la quantità d'apportare. Il fosforo e il potassio vengono forniti prima della messa a dimora delle piante. Dal terzo anno però è necessario distribuire annualmente a pieno campo 50-60 Kg/ettaro di fosforo e 100-1500 Kg/ettaro di potassio. Interessante è l'apporto di magnesio, boro, ferro e altri microelementi.

In linea generale non soffre un ridotto apporto d'acqua. Però una prolungata carenza, soprattutto in primavera, ha un effetto negativo sullo sviluppo delle piante e sulla loro produttività. Mediamente si stima un fabbisogno di 25 mm di acqua per settimana durante tutto il ciclo vegetativo. Le aree che presentano 800-1000 mm di precipitazioni annue sono quelle più adatte al rovo. Come nel lampone si preferisce distribuire l'acqua in modo localizzato, per permettere la conservazione di un livello costante d'umidità e limitare eventuali ristagni. I sistemi da escludere sono quelli a pioggia o per aspersione, preferendo invece un impianto a goccia o una manichetta forata posata sul terreno o sotto la pacciamatura. Le adacquate dovrebbero essere frequenti ma non copiose. Negli impianti che vengono irrigati è buona norma aumentare le dosi di fertilizzanti, sia minerali che organici, a causa della possibilità di lisciviazione dal terreno. 

Il rovo inizia a produrre già dal secondo anno d'impianto. Nel terzo anno è in piena produzione e la durata è di circa 15 anni. Mediamente si producono 6-9 t/ettaro di frutti. L'epoca di raccolta inizia a luglio, per le varietà più precoci, e arriva fino a settembre, per quelle più tardive. Per ogni singola varietà può essere necessario lavorare per 4-7 settimane. Tra una raccolta e l'altra passano 2-3 giorni. L'indice migliore per valutare il corretto momento di raccolta è la facilità del distacco del pedicello del frutto. Le ore più fresche del mattino sono il momento migliore per effettuare la raccolta manuale. Nel caso si utilizzino macchine il momento migliore è la notte. Una volta raccolti devono essere velocemente refrigerati per abbassare la temperatura interna dei frutti, per impedire la nascita di muffe, preservarne il sapore e la consistenza. 

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