Oliveto tradizionale e superintensivo, chi consuma più acqua?
Se mettiamo a confronto un oliveto tradizionale, con sesto d'impianto ampio e alberi di elevate dimensioni, con un oliveto superintensivo con più di 1.200 piante ad ettaro disposte in filari, risulta che l'impronta idrica, a parità di olive prodotte, è più bassa nell'oliveto ad altissima densità
Quale sostenibilità per l'olivicoltura italiana? (Foto di archivio)
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In tempi di siccità ricorrente e di invasi ai minimi, l'equazione mentale è quasi automatica: oliveto tradizionale in asciutto uguale risparmio d'acqua, oliveto superintensivo irrigato uguale spreco. Ma è davvero così? Quanta acqua consuma un oliveto tradizionale e uno superintensivo? Per cercare di capire quale sia più efficiente abbiamo chiesto a Salvatore Camposeo, professore presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro che da venticinque anni studia i sistemi colturali olivicoli in Puglia, la principale regione italiana in termini di olio prodotto.
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"Le differenze stanno nei dettagli. Se guardiamo i consumi in termini assoluti, l'olivicoltura tradizionale consuma meno acqua di quella superintensiva, ma se guardiamo all'efficienza d'uso è esatto il contrario", specifica Camposeo. "Mi spiego: se noi mettiamo in relazione la quantità di olive prodotte ad ettaro con l'acqua utilizzata, sia irrigua che piovana, risulta che un oliveto superintensivo ha un utilizzo molto più efficiente. In altre parole, produce più olive con meno acqua".
Misurare l'acqua nascosta dietro 1 chilo di olive
L'ateneo barese ha confrontato tre diversi sistemi olivicoli:
- oliveto tradizionale a bassa densità, non irriguo, con meno di duecento alberi per ettaro e produzioni contenute;
- oliveto intensivo irrigato e con trecento-quattrocento alberi per ettaro e buoni livelli produttivi;
- oliveto superintensivo con 1.600 alberi per ettaro e produzioni elevate.
Per confrontarli, gli autori non si sono limitati ai volumi irrigui, ma hanno stimato la water footprint, cioè quanta acqua (piovana e irrigua) è necessaria per ottenere 1 tonnellata di olive.
Il risultato è che l'oliveto superintensivo, pur richiedendo in termini assoluti più acqua nel corso dell'anno, pesa meno per chilo di prodotto. Secondo i calcoli, è circa il 20% più efficiente di un oliveto tradizionale in asciutto.
"Il punto chiave è che l'impronta idrica va letta in termini di efficienza, cioè per unità di prodotto. Non ha senso guardare solo a quanta acqua uso, ma a quanta produzione ottengo con quell'acqua", sottolinea Camposeo.
A prima vista sembra un paradosso: come può un oliveto irrigato consumare meno acqua di uno tradizionale privo di un sistema irriguo? La risposta sta nel design dell'impianto e nella biologia delle cultivar.
Negli oliveti tradizionali le piante sono molto distanti tra loro. "Essendoci ampie superfici poco esplorate dalle radici, una parte rilevante dell'acqua piovana non viene intercettata: gli spazi vuoti tra le piante significano, in pratica, pioggia che cade su suolo nudo o semi nudo, entra nei bilanci idrici ma non viene utilizzata e si perde", osserva Salvatore Camposeo.

La water footprint dei differenti sistemi produttivi (TS: tradizionale, IS intensivo, HDS superintensivo) espresso in metri cubi di aqua consumata all'anno
(Fonte foto: Salvatore Camposeo, professore presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro)
Negli impianti moderni è esattamente il contrario: più piante, distanza ridotta tra le file e chiome continue. "Inoltre, quando si entra in un intensivo o in un superintensivo la quantità di biomassa legnosa è ridotta perché è tutta frasca. Tutto quello che la pianta intercetta, luce, acqua, nutrienti, viene convertito in produzione", spiega il professore.
A questo si aggiunge il fattore genetico. Le cultivar dei vecchi impianti sono in genere di grande vigorìa, con un genotipo orientato alla biomassa vegetativa: con le risorse disponibili producono soprattutto legno. Al contrario, le varietà scelte per gli impianti moderni sono di media o bassa vigorìa, selezionate proprio per convertire gli input esterni in fiori e frutti, cioè in biomassa riproduttiva.
"In un oliveto con 2mila piante e in uno con duecento, nel primo le piante fanno fiori e frutti, nel secondo fanno legna e ancora legna. E questo è uno dei fattori della differente efficienza", sintetizza Salvatore Camposeo.
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Superintensivo in aridocoltura: possibile senza irrigare?
Finora il superintensivo è stato percepito come un modello indissolubilmente legato all'irrigazione. Eppure, anche qui, la realtà sta cambiando velocemente. "L'olivicoltura superintensiva in asciutto è già una realtà aziendale", racconta Camposeo. "In Spagna ci sono oltre mille ettari di oliveti superintensivi in regime di aridocoltura, che funzionano molto bene. E in Puglia l'anno scorso è stato messo a dimora il primo superintensivo in asciutto italiano, in un'area infetta da Xylella e con cronica carenza idrica".
Naturalmente, non basta spegnere l'irrigazione per fare aridocoltura, servono scelte mirate:
- varietà adatte allo stress idrico (in Puglia, ad esempio, è stata scelta la Lecciana®, una cultivar resistente sia alla siccità sia alla Xylella fastidiosa);
- terreni con buona capacità di ritenzione idrica e condizioni climatiche compatibili;
- una gestione agronomica più raffinata rispetto al regime irriguo.
L'agricoltura irrigua è più facile dell'agricoltura in asciutto. In aridocoltura le scelte devono essere ancora più ponderate e i tecnici più preparati, perché il contesto produttivo è molto più sfidante. Le rese attese? "Per ora impossibile dirlo con precisione: dipenderanno molto dall'andamento climatico". Ma la direzione è chiara: anche i sistemi ad altissima densità possono essere adattati a scenari di forte limitazione idrica, se progettati e gestiti con criteri agronomici rigorosi.
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Quale sostenibilità per l'olivicoltura italiana?
A differenza che in Spagna, in Italia il dibattito sul futuro dell'olivicoltura spacca il mondo agricolo in due. C'è chi vorrebbe continuare con i sistemi tradizionali e chi invece vorrebbe innovare, cercando nuove strade. Ma la domanda di fondo è una: l'obiettivo dell'agricoltura deve essere quello di produrre cibo per la popolazione oppure salvaguardare il paesaggio?
Nel primo caso, secondo Camposeo, non ci sono dubbi, il sistema superintensivo è più efficiente perché permette di produrre più olio con meno risorse naturali e finanziarie. D'altronde, tutto il resto della frutticoltura si è spostato da almeno cinquant'anni verso sistemi colturali intensivi e non si capisce perché l'olivicoltura non debba farlo. "Se valutiamo la water footprint gli agricoltori con impianti superintensivi andrebbero premiati, perché usano meno acqua di quelli con impianti tradizionali".
Nel secondo caso, invece, se l'oliveto è cioè un pezzo di paesaggio, allora non siamo più nel settore primario ma in quello dei servizi: diventa un bene collettivo, che la collettività deve decidere se e quanto pagare.
Autore: Tommaso Cinquemani
