Cambiamenti climatici, il vigneto bio si adatta meglio?
Una sperimentazione condotta per diciotto anni in Germania su Riesling mostra che il biologico recupera nel tempo il divario produttivo rispetto all'integrato e, nelle annate calde e siccitose, arriva a produrre di più
Nello studio sono stati messi a confronto convenzionale, biologico e biodinamico (Foto di archivio)
Fonte immagine: © Dennis M. Swanson - Adobe Stock
La viticoltura italiana sta cambiando profondamente, sia sotto la pressione del mercato, sia a causa dei cambiamenti climatici, che impongono di ripensare la gestione agronomica dei vigneti. Le estati calde e scarse in termini di precipitazioni, stanno infatti mettendo a dura prova i metodi tradizionali di coltivazione.
In questo contesto è interessante uno studio condotto in Germania dalla Hochschule Geisenheim University, che per diciotto anni (dal 2006 al 2023) ha messo a confronto nello stesso vigneto di Riesling tre sistemi di gestione: integrato, biologico e biodinamico.
In sintesi: sull'intero periodo l'integrato rimane più produttivo, il biologico ha prodotto mediamente il 17% in meno e il biodinamico il 14% in meno. Ma il dato interessante è che il divario si è progressivamente ridotto e, nelle annate calde e asciutte, è addirittura scomparso. Rimane però un grande punto di domanda: il recupero è dovuto all'adattamento delle piante al nuovo metodo di coltivazione oppure ai cambiamenti climatici, che sembra siano meglio gestiti dai metodi biologico e biodinamico?
Prima di continuare è bene fare una premessa sul metodo biodinamico. Biologico e biodinamico condividono sostanzialmente la stessa gestione agronomica, mentre nel secondo vengono aggiunti i preparati biodinamici, come il cornoletame e il cornosilice. Dopo diciotto anni di sperimentazione, però, l'aggiunta dei preparati non ha prodotto un vantaggio agronomico misurabile. Biologico e biodinamico risultano dunque sovrapponibili e quindi nel resto dell'articolo ci limiteremo al confronto tra convenzionale e biologico.

Confronto visivo tra la gestione integrata (A) e biologica (B) nel vigneto sperimentale di Geisenheim. A sinistra, la gestione integrata caratterizzata da un inerbimento a graminacee nell'interfila e dall'impiego di erbicidi nel sottofila. A destra, la gestione biologica con una copertura vegetale multispecie nell'interfila e il controllo meccanico delle infestanti nel sottofila
(Fonte foto: Johanna Döring)
Dopo dieci anni il gap si riduce
Nei primi anni di sperimentazione il divario produttivo è importante. Tra il 2006 e il 2013 il biologico produce il 28% in meno dell'integrato, mentre successivamente il gap scende all'11%. I ricercatori individuano un cambiamento nelle performance dopo circa nove-dieci anni dall'inizio della sperimentazione. E il recupero non deriva da un peggioramento dell'integrato, ma da un miglioramento delle rese relative del biologico.
Ancora più interessante è ciò che accade nelle annate calde e asciutte. In queste condizioni il biologico registra una resa superiore del 2,3% rispetto all'integrato. Una spiegazione è che le viti gestite con questo sistema mantengono una minore vigorìa, suggerendo una migliore capacità di utilizzare le risorse quando l'acqua scarseggia.
Un'altra possibile spiegazione riguarda la gestione dell'interfila e il rapporto tra competizione idrica e sviluppo dell'apparato radicale. Nel biologico il terreno viene infatti inerbito con miscugli poco competitivi, ma che arricchiscono il suolo di sostanze nutritive, carbonio e facilitano la penetrazione dell'acqua (vedi foto). Gli stessi autori sottolineano però che il meccanismo alla base della maggiore resilienza non è stato dimostrato.
Adattamento o cambiamento climatico?
Una variabile fondamentale da tenere in considerazione quando si valuta la produttività è il clima che cambia. Se è vero che il biologico ha avuto sempre più anni per adattarsi, è altrettanto vero che il clima di Geisenheim è diventato progressivamente più caldo.
I ricercatori hanno infatti osservato una correlazione tra il trascorrere degli anni e l'aumento dei giorni caldi. Diventa quindi difficile separare due effetti: il possibile adattamento del sistema suolo-vite dopo la conversione e il progressivo aumento delle annate calde, nelle quali il biologico sembra essere relativamente avvantaggiato.
Il dato sulla resilienza climatica è dunque interessante. Ma bisogna ricordare dove è stata effettuata la prova. Geisenheim ha un clima temperato oceanico, molto distante da quello degli areali viticoli italiani, soprattutto mediterranei. Non è quindi possibile prendere questi risultati e trasferirli pari pari in Italia. Per farlo servirebbero sperimentazioni analoghe nei nostri ambienti, con vitigni, portinnesti, suoli e condizioni climatiche differenti.
Ma in viticoltura la resa non è tutto
C'è poi un limite nell'impostazione del confronto. Nella viticoltura moderna, soprattutto quando l'obiettivo è ottenere vini di qualità, massimizzare la produzione per ettaro non è necessariamente lo scopo del viticoltore. Al contrario, il carico produttivo viene controllato attraverso la potatura e, quando necessario, con il diradamento dei grappoli.
Per questo sarebbe particolarmente interessante affiancare al dato quantitativo una caratterizzazione molto più approfondita della qualità delle uve e soprattutto dei vini. Lo studio analizza solidi solubili, pH, acidità totale e azoto α-amminico. Le differenze sono generalmente ridotte: i solidi solubili, ad esempio, sono praticamente identici, intorno ai 20 gradi Brix nei due sistemi. L'azoto α-amminico, importante per la fermentazione, è invece maggiore nel biologico, ma non offre alcun vantaggio in cantina.
Resta il nodo del rame. Nelle foglie delle viti biologiche sono stati misurati circa 295 milligrammi di rame per chilogrammo, contro appena 19 nell'integrato. Una differenza che gli autori riconducono alle ripetute applicazioni di prodotti rameici e che possono avere una influenza negativa al momento della vinificazione.
Autore: Tommaso Cinquemani