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Luppolo made in Italy, per un prodotto di qualità

Consumi di birra sono in crescita in Italia: 34,6 litri ad italiano all'anno mentre per il vino sono 37 litri. Ma meglio se le materie prime sono prodotte in Italia, luppolo in primis. Ma cosa serve per coltivarlo? Quali sono alcuni elementi importanti da conoscere?

Luppolo made in Italy, per un prodotto di qualità - Plantgest news sulle varietà di piante

Cresce la produzione di birra in Italia, con una maggiore produzione di luppolo ed orzo made in Italy

Fonte immagine: © Little sisters - Fotolia

Il mondo della birra artigianale made in Italy sta subendo una vera e propria rivoluzione. Questo per merito del consumatore di oggi, che sempre di più si sta appassionando a questa tipologia di prodotto ancora di più se realizzato con materie prime italiane. Un interesse certificato anche dai trend che hanno popolato il web negli ultimi 12 mesi (Fonte Google Trend) che indicano in forte aumento di ricerche e click su Google riguardanti la birra e tutti i procedimenti per produrla in casa. Questo influenzato dalle situazione di lockdown causate dalla pandemia legata al Sars-Cov-2: nel 2020, nel periodo marzo-aprile le ricerche sulla birra hanno per la prima volta superato quelle sul vino.
Molti degli ingredienti usati oggi sono d'importazione e questo sta portando gli agricoltori italiani a cimentarsi con la produzione d'orzo e luppolo. Soprattutto quest'ultimo sta avendo una forte espansione. Nel 2018 il consumo pro capite di birra in Italia è stato di 34,6 litri (fonte dato European beer trends report 2019), valore più basso in Europa (dopo di noi solo la Francia). Il valore complessivo dei consumi, sempre nel 2018, è stato di 20.319.000 di ettolitri (+14% rispetto al 2012) mentre la produzione totale è 16.415.000 ettolitri (+20% rispetto al 2012 e 9° posizione in Europa: 427 milioni è la produzione dei Paesi EU28, con l'aggiunta di Norvegia, Svizzera e Turchia). Se guardiamo i dati relativi ai microbirrifici, confermano il trend positivo: negli ultimi tre anni il loro numero è cresciuto ed oggi sono all'incirca 900 in tutta Italia (fonte Microbirrifici.org, 2018). "Il decennio tra il 2009 ed il 2019 - spiega Assobirra nel suo web site istituzionale - è stato un periodo d’oro per il mercato italiano della birra. Decennio che può essere diviso in due sotto periodi: il primo quinquennio è stato fondamentalmente di tenuta mentre il secondo è stato di grande crescita (soprattutto conforntato con le performance dell'economia dell'Italia intera). Anche per i consumi e le esportazioni il dato è stato molto lusinghiero. I primi sono aumentati del 24%, contro il 6% dei consumi totali e il 3,5% di quelli alimentari. Le esportazioni sono schizzate del 98%, contribuendo così all’exploit delle vendite italiane all’estero (+44%)". Guarda il rapporto completo del 2019 sul web site di Assobirra.

Dati che fotografano una situazione in costante crescita e che indicano come la il settore birrario possa rappresentare un'interessante opportunità per gli agricoltori italiani, alla sempre maggiore ricerca di nuove opportunità di reddito e di differenziazione della propria produzione. La coltivazione del luppolo rientra tra queste. "Nel 2015 io ed alcuni altri produttori agricoli della provincia di Ravenna - spiega Michela Nati, socia e presidente della Cooperativa Luppoli Italiani di Grattacoppa (RA) - abbiamo iniziato ad informarci sul luppolo, interessati alla ricerca di nuove opportunità e di differenziazione della nostra produzione. Nel 2018 abbiamo chiuso il cerchio avviando una produzione affidabile di luppolo, e di alcune altre materie prime, da poter mettere a disposizione dell’industria brassicola (e per l’utilizzo come officinale) nell’ottica di una filiera controllata e tracciabile interamente locale. Produrre però luppolo non è facile, ed occorre formazione ed informazione. Uno degli elementi più positivi e che si può avere una buona produzione (per quantità e qualità) già dal primo anno dopo averlo trapiantato (dal terzo anno in poi entra in piena produzione). Due gli elementi che possono preoccupare di più: ad oggi non ci sono agrofarmaci registrati in Italia per il luppolo mentre sono diversi gli insetti che possono attaccarlo ed inoltre i costi di realizzazione e di trasformazione sono abbastanza alti (all'incirca tre volte quello di un vigneto). E per il futuro? Si considera che ad oggi circa il 90% di luppolo viene importato dall'estero. Se vogliamo guardare al mercato italiano il margine di crescita è molto alto, e quindi le prospettive di portare il luppolo nei birrifici italiani che credono nel made in Italy sono positive. Ma noi italiani siamo molto attenti alla qualità, ed i mastri birrai ancora di più: occorre produrre un luppolo eccellente e riuscire a portarlo al pari (o più in alto) dei luppoli importati, attraverso le analisi comparative che ci danno i risultati del nostro lavoro. Occorre investire in ricerca e sviluppo per realizzare una varietà totalmente italiana con la quale si arriva al mercato estero. Noi lo stiamo facendo con l'aggregazione e la condivisione attraverso partnership con aziende agricole, Università, gruppi di ricerca regionali ed extraregionali. Occorre lavorare in sintonia per un obiettivo comune, attivando il Win-Win tra aziende, perchè nel mercato extra Italia occorre andare insieme per avere forza e massa critica, inteso come valore in persone e in quantità di luppolo da portare sul mercato. Vogliamo essere un punto di riferimento nella produzione, lavorazione e distribuzione di diverse varietà di luppoli coltivati in Romagna, puntando sulla qualità e sulla sostenibilità del processo di coltivazione e lavorazione".

 
Luppolo made in Italy, opportunità sempre più concreta per l'agricoltore italiano
Luppolo made in Italy, opportunità sempre più concreta per l'agricoltore italiano
(Fonte foto: Cooperativa luppolo italiano)

Il luppolo di Romagna, raccolto nei mesi di settembre e ottobre, viene poi venduto come fiore fresco, fiore essiccato, pellet (T45 e T90) o come germogli primaverili ed è destinato ai birrifici artigianali ed industriali, ai pub, alle erboristerie come ingrediente nelle preparazioni fitoterapiche, alle cucine dei ristoranti oppure ai diretti distributori che vendono materie prime.
L'aspetto legato alla difesa dalle malattie ed al diserbo delle infestanti ed alla mancanza di sostanze attive registrate è sicuramente un problema che gli agricoltori devono tenere in cosiderazione. Il professor Tommaso Ganino, dell'Università di Parma, nell'articolo 'Luppolo: una coltivazioneinteressante tutta da scoprire' pubblicato su AgroNotizie ad agosto 2020 spiegava: "Per il 2020 sono state permesse autorizzazioni d'uso per Thiopron (a base di zolfo) - dall'1 luglio al 28 ottobre 2020 - contro Oidio e Poltiglia Disperss (a base di rame) - dal 26 giugno al 23 ottobre - contro Peronospora". Da tenere in considerazione i prodotti ad oggi, 4 dicembre 2020, registrati su luppolo: Lepinox Plus (a base di B.thuringiensis kurstaki) contro Piralide del mais e Magiò (a base di Quizalofop-p-etile isomero D) contro graminacee e dicotiledoni in post emergenza. Guarda anche l'articolo 'Luppolo made in Italy, un panorama produttivo vivace ma frammentato', sempre pubblicato su AgroNotizie.

Dal punto di vista agronomico il luppolo è una pianta rampicante, perenne e con rizoma. La durata economica e produttiva è di circa 25 anni, simile a quanto avviene per un vigneto. Necessita di un buon apporto idrico e costante, ma non tollera i ristagni idrici. La coltivazione del luppolo è possibile solo in una precisa area compresa fra i 35° e i 55° di latitudine, in entrambi gli emisferi: per avere almeno 15 ore di luce nel periodo di coltivazione, 120 giorni senza gelate durante la stagione di crescita ed un periodo di sei-otto settimane di dormienza con una temperatura al di sotto dei 4,4 °C. Può essere coltivato anche al di fuori di questa fascia, in particolare su piccola scala, ma il rendimento sarà inferiore. Queste caratteristiche sono presenti nell’emisfero nord in tutta Europa, ed in parte dell’Asia e nel Nord America, mentre nell’emisfero sud in una piccola parte del Sud America (Argentina e Uruguay), ed una piccolissima parte del Sud Africa, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Per quanto riguarda il terreno il luppolo cresce in diverse tipologie di terreno anche se preferisce quelli leggermente acidi, con un pH compreso tra 6 e 7,5. Pur essendo abbastanza rustica è necessario apportare una buona ferilizzazione del terreno. Per quanto riguarda la sostanza organica si apporta letame o compost in fase d'impianto ed ogni 5 anni di coltivazione (all'incirca 30 tonnellate ad ettaro). Quali sono le quantità indicative da apportare di macroelementi? Per l'azoto circa 140-160 kg/ha (da dare in primavera), per il fosforo 60-80 kg/ha (suddiviso tra autunno e primavera), per il potassio 130-150 kg/ha (in autunno e primavera) e per il magnesio 50 kg/ha in primavera. I luppoleti sono realizzati con piante poste in filari con 3 metri tra le file e 50-80 cm lungo la fila.

 
 Un esempio di un impianto di luppolo coltivato in Romagna
Un esempio di un impianto di luppolo coltivato in Romagna
(Fonte foto: © Cooperativa Luppoli Italiani)

Come sempre l'aspetto varietale e la sua scelta rappresentano elementi di grande valore. Il Crea negli ultimi anni ha messo in piedi un progetto denominato Luppolo.it, con l’obiettivo principale d'incrementare la sostenibilità e la competitività della filiera brassicola nazionale. Al suo interno ha censito in Italia 74 luppoleti commerciali, corrispondenti a circa 34 ettari di superficie coltivata. La superficie nazionale coltivata a luppolo è risultata essere di circa 4.848 m2. Le principali varietà coltivate oggi in Italia sono: Centennial, luppolo per birra ad alto valore di alfa acidi, percentuale di coumulone contenuta (23-27%) ed un discreto livello di Mircene (55-65%); Cascade, buona percentuale di alfa acidi e con un aroma intenso agrumato, floreale e speziato; Columbus, è quello che ha la maggior percentuale di alfa acido e quindi ha sapore amaro ma comunque con un ottimo profilo aromatico; Chinook, con un'ottima percentuale di alfa acidi, nonchè un profilo aromatico intenso; Comet, con un buon potenziale di alfa acidi ma con un profilo aromatico unico; Nugget, alto contenuto di alfa acidi e con aroma morbido ed intenso. Per maggiori informazioni sul luppolo e sulle varietà è possibile consultare Plantgest.com.

Una strada che sta prendendo sempre più piede è quella dei luppoli autoctoni italiani. Dal 2012 Italian Hops Company lavora a fianco dell’Università di Parma sulle genetiche italiane "Siamo partiti da una sessantina di genotipi autoctoni reperiti in tutta la nazione. Ad oggi sono tre le varietà che abbiamo selezionato e registrato nel 2016: Futura, Aemilia e Mòdna. Un primo passo su cui strutturare delle genetiche vere e proprie". Leggi l'articolo 'La prima birra prodotta 100% con luppoli a genetica italiana è realtà' pubblicato su AgroNotizie ad agosto 2020. In modo particolare nei genotipi autoctoni italiani emergono componenti aromatiche molto interessanti, un olio aromatico che nelle cultivar di altri Paesi troviamo a livelli trascurabili: elementi che permettono di caratterizzare il prodotto finito e conferirgli aromi vicino al floreale.

Recentemente anche l'Umbria si è affacciata alla filiera italiana del luppolo e del settore dei birrifici artigianali. Ne è conferma il convegno 'Luppolo made in Italy: la Filiera del Luppolo italiano' realizzato dalla Rete d'impresa Luppolo made in Italy il 6 ottobre 2020. "Il progetto di filiera intende collocare il luppolo umbro - spiega Stefano Falcinelli, presidente della Rete d'impresa luppolo made in Italy - all’avanguardia nel panorama italiano ed europeo nella produzione di questa coltura. Appoggio fondamentale è quello della Regione Umbria, grazie al sostengo economico del PSR per iniziative che mettono insieme più aziende agricole ed a cui si aggiunge un corposo investimento privato da parte delle imprese della Rete". A dare solidità scientifica al progetto ci sono poi il Cerb-Centro di eccellenza di Ricerca sulla Birra dell’Università di Perugia ed il Cnr Ibbr, un istituto specializzato nella genetica che è riuscito a recuperare nel territorio regionale 40 ecotipi di luppolo.
Diamo qualche numero relativo al costo economico di un luppoleto ed al suo possibile ritorno economico. Per mettere a dimora il luppolo il costo complessivo è di circa 32-34 mila euro (piante, attrezzatura e manodopera). Ipotizzando però una resa media di 1,8-2 tonnellate ad ettaro, che equivalgono a 16-20mila euro/ha, e dei costi annuali di gestione di circa 6-8mila euro/ha il reddito netto è all'incirca di 6-8 mila euro/ha. In questo modo è possibile ammortizzare l'impianto in quattro anni con la possibilità nei 16-21 anni rimanenti di fare reddito.

Autore: Lorenzo Cricca
© Plantgest - riproduzione riservata

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