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Castagno, pianta antica che si rinnova

Negli ultimi decenni la castanicoltura secolare ha subito una brusca frenata. Ultimamente l'interesse si è rinnovato. Cosa serve per renderla più appetibile ed innovativa? La redazione di Plantgest ha realizzato questo articolo con il supporto della Soi-Società ortoflorofrutticola italiana

Castagno, pianta antica che si rinnova - Plantgest news sulle varietà di piante

Castagno, la sua ripresa passa dall'innovazione e dall'introduzione di concetti agronomici tipici dell'arboricoltura specializzata

Fonte immagine: © unikat - Adobe Stock

Ad oggi l'italia, pur essendo uno dei Paesi leader al mondo, presenta un settore produttivo di castagne e marroni in continua perdita di competitività e con una certa arretratezza. La situazione del Cinipide galligeno o Vespa cinese (Dryocosmus kuriphylus) ha influenzato negativamente, pesando fortemente sulla produzione e sulla stabilità del settore. Tutti gli sforzi fatti per contrastare, ed in parte superare, le difficoltà fitosanitarie non hanno però permesso all'Italia di recuperare i livelli pre-cinipide. Diamo due dati sull'import che certificano la situazione: dal 2011 le importanzioni di castagne sono crescita di oltre il 70%, passando da 21.872 tonnellate del 2017 alle 36.651 tonnellate del 2018.

Partendo da queste constatazioni è evidente come la castanicoltura italiana debba lavorare ad un'urgente inversione di tendenza. Nel 2019 in Italia sono state prodotte 39.980 tonnellate, mentre nel 2010 le tonnellate sono state 55.240 e nel 2001 sono state 57.529. Questo cambio di passo ha però bisogno d'investimenti ed innovazioni, capaci di dare al castagno i concetti dell’arboricoltura moderna. Per approfondire meglio l'argomento la redazione di Plantgest ha intervistato Raffaello Giannini - attualmente accademico dell'Accademia dei Georgofili e dell'Accademia italiana di Scienze forestali, oltre ad essere socio Soi -.
 

Come sta la castanicoltura in Italia?

"Oggi la superficie a castagni in Italia è di circa 800mila ettari, sparsi in tutte le Regioni - spiega Giannini -. La diffusione del castagno é il risultato del lavoro millenario intrapreso e descritto (selve e boschi cedui) dall’uomo fin dall’epoca romana. Una specie forestale di notevole rilevanza ed unica nel suo genere, manifesto di un rapporto intimo tra la presenza della selva e la vita vissuta dell’uomo in esso compenetrata. Non dimetichiamo che il castagno ha una notevole rilevanza per il ruolo svolto, e che ancora svolge, nella gestione del territorio e ha fornito cibo e legno per la sopravvivenza d'intere generazioni umane. Il tempo, le malattie ed i cambiamenti socio-economici hanno creato situazioni di disagio ed abbandono, soprattutto nelle aree più interne e marginali, che hanno determinato una cascata di eventi: molti castagneti sono stati convertiti in cedui ed altri sono stati abbandonati. Oggi i castagneti si possono suddividere in tre grandi settori: selve castanili più o meno 'coltivate', selve castanili abbandonate in fase di naturalizzazione, soprassuoli di castagno (cedui) per produzione legnosa. In tutte e tre permangono le problematiche tecniche, socio-economiche e finanziarie che di fatto stanno limitando la coltivazione del castagno. Il loro superamento potrebbe dare una nuova visione ma deve riguardare strategie che considerino tale globalità e valutino anche le possibilità offerte dal ricorso ad una castanicoltura moderna basata sui dettami della frutticoltura e dell’arboricoltura da legno. Recentemente l’Accademia dei Georgofili è stata invitata a fornire contributi tesi al superamento delle problematiche attuali ed alla valorizzazione dei soprassuoli di castagno. In questo senso ha ritenuto opportuno costituire, d’intesa con Anci Toscana, un Gruppo di lavoro su 'Valorizzazione dei soprassuoli di castagno in Italia' le cui conclusioni programmatiche hanno indicato le strategie da perseguire a favore del settore: il rafforzamento a livello locale della globalità delle filiere produttive del castagno e di quelle agro-forestali e turistico-ambientali ad esso associate; la realizzazione di un 'completo' inventario castanicolo; la realizzazione di una efficiente e funzionale viabilità di servizio di uso plurimo; l’organizzazione di un programma attuativo, a livello nazionale, di conservazione del germoplasma autoctono (individuazione e salvaguardia) e di produzione vivaistica del materiale di propagazione per la realizzazione di nuovi impianti; la messa a punto di azioni strategiche a supporto della semplificazione delle procedure di accessibilità ai finanziamenti".

 
Castagno, con il cinipide la produzione è crollata e l'introduzione dell'antagonista non ha permesso una totale ripresa
Con il Cinipide la produzione è crollata e l'introduzione dell'antagonista non ha permesso una totale ripresa
(Fonte foto: © Coco - Fotolia)
 

Quali le principali novità tecniche ed agronomiche?

"Se guardiamo la selva castanile finalizzata alla produzione del frutto dobbiamo guardare alle tecniche di coltivazione per le 'antiche selve' ed anche per il loro ripristino: meccanizzazione di alcune operazioni (es. diserbo, raccolta frutti), che restano comunque limitate dalle caratteristiche stazionali che ne consentono o meno l’attuazione (accessibilità, pendenza). Ciò viene confermato anche per l’utilizzazione legnosa che riguarda quasi esclusivamente i boschi cedui la cui gestione (definizione dei turni e degli interventi di diradamento, scelta e destinazione degli assortimenti, innovazione e richieste di mercato) è direttamente relazionata alle capacità imprenditoriali di chi opera (portatori di interesse) ed individua le filiere produttive stesse. La filiera foresta-legno-prodotto finito del legname di castagno ha grossi colli di bottiglia tra cui la definizione delle dimensioni minime del volume del lotto di legname da trasformare. Relativamente alla realizzazione di nuovi impianti da frutto (frutticoltura) o da legno (arboricoltura da legno) le novità tecniche sono molto limitate perchè scarse sono le informazioni scientifiche e gli sviluppi della ricerca la quale, in questo settore, richiede periodi temporali medio-lunghi".
 

Quali le principali indicazioni per coltivarlo?

"Nell’ambito di quanto descritto in precedenza - prosegue Giannini - una prima indicazione riguarda il livello di conoscenze sul castagno posseduto dal 'nuovo coltivatore'. Occorre conoscere molte cose: auto-ecologia e biologia; storia e multifunzionalità della specie; i prodotti ottenibili ed il tempo necessario per poterli raccogliere, usarli e trasformarli; quante e quali filiere sono disponibili o si potrebbero creare, etc. Ma lo sguardo deve poi essere rivolto anche agli aspetti economico-finanziari ed alle possibilità fornite dall’associazionismo. Il 'nuovo coltivatore' è interessato alla coltivazione delle antiche selve? Oppure vuole dedicarsi ad una castanicoltura da frutto o da legno intensiva? In questo secondo caso occorre anche una disponibilità di conoscenze agronomiche che riguardano il campo e gli attrezzi, oltre ai loro limiti di operatività economico-funzionale. E’ necessario poi conoscere quali altre specie abbiano carattere di concorrenza con il castagno. Più in generale, in un contesto in cui è sempre di grande utilità guardare con interesse alla diffusione di una nuova agricoltura, è assolutamente imperativo agire seguendo uno sviluppo rurale basato sui fondamenti della sostenibilità ambientale, sociale ed economica".

 
Castagno, la ripresa passa dall'introduzione di aspetti tipici della frutticoltura e dell'arboricoltura specializzata
La ripresa passa dall'introduzione di aspetti tipici della frutticoltura e dell'arboricoltura specializzata
(Fonte foro: © Iceman0 - Morguefile)
 

Quali le principali varietà?

"L’interesse secolare verso la produzione del frutto ha consentito la diffusione, per moltiplicazione vegetativa (innesto), di numerose varietà a livello locale: nel tempo l’uomo ha operato attraverso una selezione fenotipica nei confronti delle caratteristiche della castagna (consumo fresco vs trasformazione farina) e dell’adattamento alle condizioni ambientali. La letteratura è ricca nella descrizione delle singole cultivar. Del resto l’eccellente qualità del frutto italiano ha avuto un riconoscimento mondiale, dimostrato dal primato italiano anche nel recente passato e dei quantitativi esportati. La Comunità Europea ha riconosciuto all’Italia quindici eccellenze castanicole tra Dop e Igp (Dop: Marrone di San Zeno, Marrone di Caprese Michelangelo, Castagna di Vallerano, Farina di neccio della Garfagnana, Farina di castagne della Lunigiana; Igp: Marrone del Mugello, Marrone di Castel del Rio, Marrone di Rocca d’Aspide, Marrone di Monfenera, Marrone di Combai, Marrone della Valle della Susa, Marrone di Serino, Castagna del Monte Amiata, Castagna di Cuneo). In effetti non si hanno informazioni fondate su base scientifica, circa il comportamento di queste cultivar d'eccellenza al di fuori del loro areale di selezione. Fa eccezione il tipo 'Marrone fiorentino' che è stato spontaneamente diffuso, con ottime valutazioni, in varie località della stessa Toscana (dalla Maremma interna all’Isola d’Elba), in Emilia Romagna, in Veneto, in Sardegna.
Si sottolinea la validità del germoplasma italiano, tra cui di grande interesse risultano i tipi di pregio per le qualità fisico-meccaniche del legno. Si ricordano le cultivar Politora presente nel versante mare delle Alpi Apuane (Stazzema), Mozza presente nel versante Serchio delle Alpi Apuane, Cardaccio presente in Garfagnana, Mondistollo presente nel versante casentinese del Protomagno (Montemignaio), Perticaccio presente nell’Appennino piacentino.
Si evince l’importanza della conservazione di questa ricchezza genetica. La salvaguardia dovrebbe essere rivolta con particolare attenzione alle selve ed alle singole piante vetuste, i Patriarchi, ancora oggi presenti in vita, con secoli di vicissitudini climatiche da raccontare, possono essere considerate marcatori di adattamento e sopravvivenza, ovvero aiuto alla comprensione degli effetti dei cambiamenti globali"
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Quale futuro per la castanicoltura made in Italy?

"Per la risposta - conclude Giannini - prendo spunto da un fatto: il castagno rappresenta il simbolo della flora di una specifica zona fito-climatica, il Castanetum di Aldo Pavari, che in natura è dominata da specie del genere Quercus. Difatti il castagno non è specie 'socievole'. Come già indicato la sua diffusione é il risultato del lavoro millenario di uno sviluppo rurale in cui il castagno, soddisfatte le proprie valenza auto-ecologiche, partecipava alla creazione dell’azienda agraria. La trasformazione più evidente a livello di uso del territorio, è stata determinata dall’abbandono di molte delle attività agricolo-pastorali e dal cambiamento della percentuale della superficie delle selve da frutto rispetto a quella occupata dai cedui. Nel paesaggio odierno la figura del castagno permane ed ecco perché la valorizzazione è rivolta e comprende tutti i soprassuoli di castagno. Aldo Pavari ha forse voluto trasmettere un messaggio più ampio nella dizione Castanetum: ha voluto sottolineare l’unione della presenza del castagno con la vita vissuta dell’uomo in esso compenetrata.
I prodotti ed i servigi forniti dai soprassuoli di castagno devono essere salvaguardati e valorizzati per la loro multifunzionalità. Tra l’altro, in considerazione della specifica localizzazione territoriale, una loro corretta gestione può fornire efficace barriera all’esodo rurale e contribuire al presidio al territorio. Si sottolinea il fatto che il valore intrinseco della castagna è ancora molto elevato, se non altro per il supporto che conferisce all’industria dolciaria di trasformazione la quale potrà conservare successo se saranno soddisfatte le proprie esigenze, con la produzione di qualità fornita dal frutto nazionale. Le strategie per il prossimo futuro devono essere dirette da una parte a favore della coltivazione e del recupero delle antiche selve castanili, dall’altra ad incentivare la ricerca a fornire su base scientifiche le conoscenze per una castanicoltura da frutto e da legno innovativa"
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Questo approfondimento è stato realizzato grazie al contributo della Soi-Società ortoflorofrutticola italiana, di cui Raffaele Giannini è socio. Sin dalla sua fondazione nel 1953, la Soi (già Società orticola italiana) si adopera per sviluppare la cooperazione scientifica e tecnica tra il mondo della ricerca, gli imprenditori ed i professionisti del settore orto-floro-frutticolo, interessando con le sue azioni ed attività un ampio settore dell'agricoltura che include le colture arboree da frutto e da legno, le piante ortive, le colture floricole, le piante ornamentali, il vivaismo, i tappeti erbosi e la gestione del paesaggio e la tutela degli spazi a verde, con il fine ultimo di favorirne il progresso e la diffusione. La Soi promuove studi, ricerche, convegni, mostre attività editoriali ed altre iniziative attraverso le attività delle sue sezioni e dei gruppi di lavoro.

Autore: Lorenzo Cricca
© Plantgest - riproduzione riservata

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