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Albicocco Prunus armeniaca

Albicocco
L'albicocco è una pianta originaria della Cina settentrionale che appartiene alla famiglia delle Rosacee. Nel Paese del Sol Levante cresce da almeno quattro millenni come pianta selvatica. Fu Alessandro Magno che lo portò per primo in Occidente. Successivamente gli arabi la diffusero nell'area mediterranea. L’albicocca è stata considerata fin da subito un frutto esotico e rarissimo ed il suo nome deriva dal latino praecoquus (precoce) e dall'arabo al-barquq. Risulta essere un frutto che contiene dosi molto elevate di potassio e soprattutto di carotene. Inoltre l'albicocca è ricca di vitamina A, B, C e PP e di diversi oligoelementi (come magnesio, fosforo, ferro, ecc.). Ha anche proprietà lassative, favorite dalla presenza del sorbitolo (uno zucchero).

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Secondo la classificazione di Linneo, l’albicocco appartiene alla famiglia delle Rosacee, sottofamiglia Prunoideae, genere Prunus, sottogenere. La specie più comune è il P. armeniaca ma nel mondo sono coltivate altre specie affini.
Il nome armeniaca indicherebbe la provenienza della specie dall'Armenia ma in realtà le reali zone di origine sono l’Asia centrale e la Cina settentrionale. Successivamente raggiunse l’area transcaucasica, grazie agli scambi seguiti all'arrivo Alessandro Magno nel Turkestan (IV sec. a.C.). La sua comparsa in Europa, principalmente in Grecia e in Italia, fa seguito alle guerre romane-persiane (I sec. a.C.) e solo più tardi nel 1400 comiciò a diffondersi nello stesso continente per poi attraversare l’oceano atlantico nel 1700 e raggiungere l’America.

Si possono riconoscere 4 grandi gruppi ecografici:

Gruppo dell’Asia centrale: è il più antico ed il più ricco di varietà. L’area di diffusione comprende il Sinkiang (Cina), Afhganistan, Belucistan, Pakistan e India settentrionale. Gli alberi sono vigorosi e raggiungono età notevoli, il periodo di dormienza invernale è lungo e la fioritura è tardiva. La maggior parte delle cultivar è autosterile. I frutti hanno dimensioni tendenzialmente medio-piccole, il contenuto in zuccheri è elevato ma l’acidità è scarsa. Spesso i frutti vengono consumati dopo l’essiccazione, che può avvenire direttamente sulla pianta in quanto il distacco avviene con difficoltà. In termini di prodotto la resa è alta (20-40% contro il 15-20% delle cultivar europee). L’epoca di maturazione può andare da Maggio a Settembre. I frutti sono generalmente poco aromatici, hanno epidermide da liscia a molto tomentosa. La diffusione di questo gruppo in regioni ad umidità elevata è impedita dalla suscettibilità delle piante alle malattie crittogamiche.

Gruppo irano-caucasico: comprende le cultivar locali di Armenia, Georgia, Azerbaijan, Dagestan, Iran, Siria, Turchia, Nord Africa e, in parte, Spagna e Italia. Gli alberi sono meno vigorosi e longevi di quelli del gruppo dell’Asia centrale. Presentano una minore resistenza al freddo invernale e la chiusura delle gemme è più precoce in quanto il fabbisogno al freddo invernale è più basso. Le cultivar sono generalmente autosterili. I frutti sono più grossi, ma con minore variabilità rispetto al gruppo dell’Asia centrale, sono poco aromatici e poveri in acidità, il contenuto in zucchero arriva fino al 15%. Il seme è dolce. Le cultivar a frutto più piccolo vengono usate per l’essiccazione, quelle a frutto grosso vengono sciroppate o avviate al consumo fresco.

Gruppo europeo: è quello di origine più recente e presenta la minore variabilità, derivando da un numero limitato di forme introdotte dall’Armenia, dalla Persia e dai paesi arabi circa 2000 anni fa. Gli alberi di questo gruppo sono meno vigorosi di quelli visti nei gruppi precedenti, hanno un periodo di dormienza più breve e iniziano prima a fruttificare. Il fabbisogno in freddo è più basso, mentre la esistenza al freddo invernale è superiore. Le  cultivar sono generalmente autofertili e hanno un calendario di maturazione che copre poco più di un mese. Il frutto ha la polpa gialla o arancione, con aroma caratteristico. Rispetto alle cultivar dei gruppi precedenti la polpa è più soda, il contenuto zuccherino minore e l’acidità più elevata. Il seme è generalmente amaro. Le cultivar del gruppo europeo presentano, in complesso, una maggiore resistenza alle malattie crittogamiche, specialmente Monilia spp..

Gruppo Dzhungar-Zailij: è il meno evoluto. Comprende selezioni locali provenienti dal Dzharskent, dal Kazakistan e dal Sinkiang. Questi albicocchi sono caratterizzati da una maggiore resistenza al freddo invernale. Generalmente hanno frutto piccolo. In questo gruppo compaiono alcune altre specie affini a P. Armenia.
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Presenta indiscusse virtù farmacologiche e terapeutiche che già i medici arabi conoscevano e usavano per curare il mal d'orecchi e anche per lenire i fastidi dele emorroidi. L’albicocca stimola la produzione di emoglobina, la proteina che trasporta il ferro e da' colore al sangue, e quindi può essere individuato come un frutto anti-anemia. Essa contiene molti zuccheri, sali minerali e oligo-alimenti come Magnesio, Fosforo, Ferro, Calcio, Sodio, Zolfo, Manganese e Potassio. Il basso contenuto calorico sebbene accompagnato dal sapore zuccherino la rendono appropriata per chi segue una dieta ipocalorica. L’albicocca è ricca di vitamina C e A (beta-carotene o provitamina A) che ristano (soprattutto quest'ultima) fondamentali per la produzione da parte del nostro corpo della melanina, la sostanza che ci fa abbronzare e che protegge il nostro corpo dalla cangerogenesi indotta da agenti chimici. Inoltre rendono più acuta la capacità visiva, rinforzano le ossa ed i denti, potenziano le difese immunitarie contro le infezioni respiratorie, contro gli elementi tossici dell’aria inquinata e contro i danni da fumo.

Altro aspetto interessante è rappresentato dalle numerose proprietà e dall'elevato potere nutritivo quando è consumato maturo e dalle proprietà astringenti che la consigliano nella cura delle diarree anche se deve essere evitata da chi ha digestioni difficili e dolorose (mangiata secca invece ha proprietà lassative). Per la sua ricchezza di vitamine A, B, C, PP oltre ad essere raccomandata per le anemie è consigliata in convalescenza ed in caso di inappetenza. Nella tradizione l’albicocca è un rigeneratore di tessuti, un equilibrante nervoso capace di aumentare le reazioni naturali di difesa dell’organismo. Nella cosmesi è sempre stata accoppiata alla cura della pelle e l’olio ottenuto dai suoi semi è molto efficace sia per il trattamento delle smagliature che delle rughe.

 

Composizione e valore energetico dell’albicocca (100 g di prodotto)
Parte commestibile 94%
Proteine totali 0,40 g
Acqua 86,3 g
Zuccheri 6,8 g
Fibra 1,5 g
Energia 28 Kcal
Potassio 320 mg
Sodio 1 mg
Ferro 320 mg
Vitamina A 360 μg
Vitamina C 13 mg
Adatto soprattutto a terreni con buon drenaggio (l’acqua è rimossa dal suolo prontamente e/o non si verificano durante la stagione vegetativa eccessi di umidità limitanti per lo svilupo della coltura), tessitura media o moderatamente fine o grossolana, pH tra il 6,5 ed il 7,5 calcara attivo sotto l’8% e salinità inferiore a 2 mS/cm.
Le albicocche attualmente coltivate appartengono, per la maggior parte, alle specie P.armeniaca L.. Questo nome indicherebbe la provenienza della specie dalla Armenia, metre le zone di origine sono in realtà l'Asia centrale e la Cina. L'albicocco ragginse poi l'area trancaucasica, grazie agli scambi seguiti alla penetrazione di Alessandro Magno nel Turkestain (IV sec. a.C.). La diffusione in Grcia ed in Italia fa segiuto alle guerre romano-persiane (I sec. a.C.). Solo più tardi nel 1400, l'albicocco si diffonde in Europa e nel 1700 in America.
Si possono riconoscere così 4 grandi gruppi ecografici:
  • Gruppo delll'Asia Centrale
    E' il più antico ed il più ricco di varietà. L'area di diffusione comprende Sinkiang (Cina), Afghanistan, Belucistan, Pakistan ed India settentrionale. Gli alberi sono vigorosi e raggiungono età notevoli e presentano un periodo di dormienza invernale lungo ed una fioritura tardiva. La maggior parte delle cultivar è autosterile, i frutti hanno dimensioni medio-piccole ed un contenuto di zuccheri elevato ed una scarsa acidità. Spesso i frutti vengono consumati dopo l'essicazione, che può avvenire direttamnete sulla pianta in quanto il distacco avviene con difficoltà. L'epoca di maturazione può andare da Maggio a Settembre ed i frutti sono generalmente pèoco aromatici ed hanno epidermide da liscia a molto tomentosa. La diffusione di questo gruppo è impedita in regioni ad umidità elevata data la suscettibilità delle piante alle malattie crittogamiche.
  • Gruppo iraniano-caucasico
    Comprende le cultivar locali di Armenia, Georgia, Azerbajian, Dagestan, Iran, Siria, Turchia, Nord Africa ed in parte di Spagna ed Italia. Gli alberi sono meno vigorosi e longevi di quelli del gruppo dell'Asia centrale. Presentano una minore resistenza al freddo invernale e la schiusura delle gemme  è più precoce in quanto il fabbisogno in freddo è più basso. Le cultivar sono generalmente autosterili. I frutti sono più grossi, più aromatici e poveri in acidità, e con un contenuto in zuccheri che arriva fino al 15%. Le cultivar a frutto piccolo vengono usate per lìessicazione e quelle a frutto grosso vengono sciroppate o avviate al consumo fresco.
  • Gruppo Europeo
    E' quello di origine più recente e presenta la minore variabilità, derivando da un numero limitato di forme introdotte dall'Armenia, dalla Persia e dai Paesi Arabi circa 2000 anni fa. Gli alberi di questo gruppo sono meno vigorosi di quelli visti nei gruppi precedenti, hanno un periodo di dormienza più breve e iniziano a fruttificare prima. Il fabbisogno in freddo è più basso, mentre la resistenza al freddo invernale è superiore. Le cultivar sono generalmente autofertii ed hanno un calendario di maturazione che copre poco più di un mese. Il frutto ha polpa gialla o arancione, con aroma caratteristico. Rispetto alle cultivar dei gruppi precednti la polpa è più soda, il contenuto  zuccherino minore e l'acidità più elevata. Il seme è generalmente amaro. Le cultivar presentano, in generale, una maggiore resistenza alle malattie crittogamiche.
  • Gruppo Dzhungar Zailij (cinese)
    E' il meno evoluto e comprende selezioni locali provenienti dal Dzharskent, dal Kazakistan e dal Sinkiang. Questi albicocchi sono caratterizzati da una maggiore resistenza al freddo invernale ed hanno un frutto piccolo. In questo gruppo compaiono alcune specie affini a P.armeniaca.
Secondo la classifica di Linneo, l'albicocco appartiene alla famiglia delle Rosacee, sottofamiglia Prunoideae, genere Prunus, sottogenere Prunopora. La specie più comune è il P. armeniaca ma nel mondo sono coltivate altre specie affini.
L’albicocco si è diffuso in un’area geografica molto vasta, caratterizzata da climi diversi in quanto ogni zona ha le sue cultivar specifiche che ben si adattano lle condizioni climatiche di quell’area ma che mal si adattano ad ambienti diversi. Si manifesta così la presenza di un elevato numero di varietà (e di portinnnesti) dalla caratteristiche ben differenziate a seconda della sua zona di origine specifica.
Alcune esigenze climatiche della specie sono generalizzabili e quindi predilige un clima continentale con estati calde ed inverni freddi, senza grandi fluttuazioni termiche e con piovosità inferiori a 500 m. Sopravvive anche in aree con bassa umidità atmosferica ed è resistente ai freddi invernali una volta entrato in dormienza. Il fabbisogno di freddo dell’albicocco, inteso come periodo di basse temperature per uscire dallo stato di dormienza stimato in base al numero di ore trascorse al di sotto dei 7 °C, è inferiore in media a quello del pesco ma le differenze tra le cultivar sono notevoli.

A questo riguardo le gemme a legno e quelle a fiore si comportano diversamente e queste ultime sono sicuramente più esigenti in termini di fabbisogno di freddo.
  • Gemme a legno - Alla fine dell’estate entrano progressivamente in dormienza (per ultima la gemma apicale). Si innescano così meccanismi biochimici che consentono una crescente resistenza al freddo della pianta. Il momento di massima dormienza coincide in genere con la caduta delle foglie. La gemma apicale esce dalla dormienza dopo un periodo di freddo limitato, mentre apporti successivi di freddo risvegliano gradatamente tutte le altre gemme. Esiste quindi un optimum di fabbisogno di freddo, soddisfatto il quale le gemme sono pronte a germogliare non appena la temperatura si alza ed in relazione a ciò esiste un fabbisogno in caldo che deve essere soddisfatto per ottenere il pieno risveglio vegetativo (anche sotto questo aspetto si hanno differenze notevoli tra le diverse cultivar). Questa fase di attesa è la fase di post-dormienza, in cui la gemma apicale torna ad esercitare la dormienza sulle gemme sottostanti. La crescita dei germogli è rapida nei primi 20-30 gg, poi si arresta, con l’abscissione ed il disseccamento dell’apice. Questa è l’unica fase di accrescimento che si ha nei rami più deboli (dardi fioriferi e brindelli). Nei rami più vigorosi, dopo 15-20 gg, la gemma immediatamente sotto l’apice abscisso, riprende a crescere e origina un nuovo germoglio che può sembrare il prolungamento del primo, ma dal quale si distingue perché forma un leggero angolo. In alcuni casi si può avere una terza fase di crescita.
  • Gemme a fiore - Nel periodo estivo si formano i verticilli più interni (stami e stilo), poi ad ottobre si ha un periodo di 1-2 mesi di dormienza intensa. La differenziazione riprende lentamente con la formazione delle cellule madri del polline e viene interrotta se la temperatura è alta (18-20°C). Se questa si mantiene elevata si hanno necrosi e successiva cascola delle gemme. La dormienza termica finisce con la meiosi e da questo momento le gemme cominciano a reagire alle alte temperature e perdono progressivamente la resistenza al freddo. La fioritura è precoce (segue quella del mandorlo) e avviene in un arco di tempo che va dal 15 Febbraio (Italia meridionale) al 15-25 Marzo (Emilia-Romagna. L’albero può quindi essere soggetto alle gelate primaverili che provocano danni di diversa gravità a seconda dello stadio fenologico delle gemme, delle condizioni metereologiche precedenti e del tipo di cultivar.Per sfuggire a questo rischio, al Nord l’albicocco si è diffuso quasi esclusivamente nella bassa collina della provincia di Bologna (Imola) e Forlì, che forniscono circa un quarto della produzione nazionale, anche per un motivo legato alle avversità crittogamiche. Molto grave è infatti il problema della Monilia sp. Che attacca tutti gli organi epigei della pianta in presenza di alta umidità atmosferica, condizione molto frequente in pianura. Quasi tutte le cultivar sono autocompatibili, anche grazie alla conformazione del fiore dell’albicocco (stami molto vicini al pistillo) il polline può depositarsi facilmente sullo stigma dello stesso fiore. La germogliazione del polline è molto lenta a temperatura a temperature inferiori ai 10 °C, in questo caso la fecondazione può essere ritardata. Comunque l’impollinazione avviene anche a bassa temperatura a differenza di ciò che avviene in altri fruttiferi in cui l’impollinazione, di tipo incrociato, è demandata alle api che agiscono solo se la temperatura è sopra i 15°C. L’autofecondazione avviene a volte quando il fiore è ancora chiuso (cleistogamia).
L’albicocco è una pianta di difficile controllo caratterizzata anche da vari flussi di crescita durante il periodo vegetativo annuale e da comportamenti vegeto produttii diversi.
In generale essi possono essere sintetizzati in accrescimento primaverile rapido che comporta problemi soprattutto nei primi anni di allevamento (scarsa resistenza dei rami ai venti con frequenti rotture, a cui si può ovviare con legature). Sempre nei primi anni le piantine crescono vigorosamente ed in equilibrio anche se non mancano casi di basitonia e mesotonia che possono causare qualche problema.
Lo sviluppo è irregolare, il ritmo di accrescimento è variabile a causa dei frequenti arresti dei meristemi apicali dei rami.
I tagli di rami grossi sono poco tolleranti: la pianta reagisce emettendo gomma si facilita la penetrazione di crittogame e l’emissione di succhioni, che però possono essere utilizzati per il rinnovo delle branche perché danno rami anticipati con gemme a frutto.
Nel 1991 Il Prof. Guerriero distinse quattro tipi di comportamento fruttifero e produttivo e classifico le piante dell’albicocco in:
  1. Cultivar tipo ‘Luizet’, ‘Paviot’, ‘Polanais’: hanno comportamento accotono e producono prevalentemente su brindilli esili e sui dardi. Presentano ramificazione regolare, con scarsi rami anticipati. Sono adatte a forme di allevamento regolare.
  2. Cultivar tipo ‘Canino’ a comportamento mesotono, e tipo ‘Reale d’Imola’ a comportamento acrotono: producono sia sui dardi che sui rami misti. La vegetazione irregolare consiglia l’adozione di forme libere e semilibere.
  3. Cultivar tipo ‘Precoce Colomer’ e ‘Precoce d’Imola’: hanno comportamento basitono e producono prevalentemente sui dardi e talora anche sui rami misti. Presentano rami misti lunghi e molti dardi ma rari rami anticipati. Si prestano a forme libere e semilibere.
  4. Cultivar di origine meridionale tipo ‘Boccuccia’ e ‘Cafona’: vigorose, con vegetazione folta ed irregolare e con molti rami anticipati e scarsi dardi. La frutta è portata da rami misti, rami anticipati e brindilli. Sono adatte per forme libere o semilibere.
Di tutto questo bisognerà tenere conto non solo per la scelta delle forme di allevamento ma anche per tutti gli interventi colturali come ad esempio la potatura specialmente durante il periodo di produzione.

Come già precedentemente abbiamo evidenziato l’albicocco produce su diverse formazioni fruttifere che assumono importanza diversa a seconda degli ambienti e delle cultivar.
  • Dardi fruttiferi: sono le principali formazioni fruttifere dell’albicocco, danno frutti di buona pezzatura ma la maturazione è leggermente ritardata rispetto ai frutti che si sviluppano su altri tipi di ramo.
  • Rami misti: danno una quota notevole della produzione, il comportamento produttivo è intermedio tra quello dei dardi e dei rami anticipati per quanto riguarda l’epoca di maturazione e la pezzatura dei frutti.
  • Rami anticipati: presentano una fioritura tardiva ma i frutti maturano precocemente, anche se la loro posizione più esposta al sole. L’attitudine produttiva risulta inferiore rispetto ai dardi per quanto riguarda l’allegagione e la pezzatura dei frutti.
La scelta della forma di allevamento è condizionata dal comportamento vegetativo sin qui descritto, ma essendo una tipica coltura collinare, le forme che meglio si adattano sono quelle in volume, anche se negli ultimi anni si è manifestata la tendenza a costituire sistemi di allevamento in parete continue (fusetto) con forme in volume di espansione contenuta. Le forme più diffuse sono: Il vaso regolare a tre branche, il vaso libero a più branche, il vaso ritardato, la palmetta libera. Poco diffuso l’ipsilon trasversale.Queste forme in volume sono consigliabili soprattutto nelle zone declive in cui non è possibile l’utilizzo dei carri a piattaforma mobile per eseguire potatura, diradamento e raccolta. Le forme appiattite permettono invece una notevole meccanizzazione delle operazioni colturali e tra esse è da consigliare la palmetta irregolare a branche oblique, tendente alla siepe fruttifera.

  • Vaso regolare Adatta alle zone ventose e si costituisce in modo analogo a quello del ciliegio. Costituito su di un tronco di 70-100 cm su cui sono inserite tre branche principali provviste di due–tre branche secondarie ben aperte (circa 50° rispetto la verticale). Le distanze variano da 3 a 7 m sulla fila e da 5 a 7 m tra le file a seconda della fertilità del terreno e della vigoria della cultivar e del portinnesto.
  • Vaso semilibero Preferito al vaso regolare è costituito da tronco più breve del precedente da cui partono 4-5 branche principali. La chioma successivamente alla potatura specifica assume un aspetto irregolare ma la precoce entrata in produzione ne contiene lo sviluppo e consente di diminuire le distanze di piantagione a 3-4 m sulla fila e a 4,50-5 m tra le file.
  • Fusetto libero E’ forma adatta per le cultivar con portamento assurgente e nella sua concezione ricorda il fusetto del pesco. E’ infati costituito da un asse centrale rivestito di 5-7 branche disposte a spirale, distanziate se possibile di 50-70 cm tra loro, e di lunghezza decrescente dalla base verso l’apice. Richiede terreni di buona fertilità. Le distanze di piantagione sono di circa 2 m sulla fila e di 5-5,5 m tra le file.
  • Vaso ritardato Differisce dal fusetto libero perché assume maggiore espansione ed è adatto per quelle cultivar che presentano un portamento aperto e di media vigoria. Il metodo di costituzione è identico a quello del fusetto (essendo usati gli stessi criteri) con la differenza che al 4°-5° anno l’asse centrale viene eliminato. Le distanze di piantagione sono di circa 3 m sulla fila e di 5-5,5 m tra le file.
  • Palmetta irregolare o libera Concettualmente rimane molto simile alla palmetta libera del pesca anche se sarà necessario adattare gli interventi colturali e principalmente la potatura alle caratteristiche vegeto-produttive della cultivar.
  • Ipsilon trasversale Realizzata in modo analogo a quella del ciliegio presenta una convenienza minore ed un impegno di risorse maggiore rispetto al fusetto. Essa può perdere queste caratteristiche negative solo quando per a causa della sua particolare conformazione del sistema non si presti a realizzare una coltura protetta in zone dove può essere esaltata la sua precocità di maturazione.
Portainnesti da seme
  • Franco comune (P. armeniaca): è uno dei migliori portinnesti, ma le piante ottenute da eme sono molto eterogenee per vigore e portamento ed a volte si hanno fenomeni di disaffinità. Richiede terreni sciolti, leggeri, di medio impasto, profondi e non si adatta a terreni pesanti tendenzialmente asfittici. E' il portinnesto migliore per terreni ciottolosi, secchi e per le zone collinari, resiste meglio del pesco al calcare ed, in parte, ai terreni salini. La messa a frutto è più tardiva e lenta rispetto al mirabolano ma successivamente gli alberi adulti tendono a riprendersi e a dare piante vigorose, longeve, produttivi e con frutti di buona qualità. Il franco è però sensibile al marciume radicale, al cancro delle radici ed alle verticillosi mentre è poco sensibile ai nematodi. E' il  più utilizzato nell'Italia meridionale.Presenta buona affinità con quasi tutte le varietà. Le piantine provengono generalmente fabbriche di succhi, di marmellate o talvolta da piante rinselvatichite.
  • Pesco Franco: poco diffuso in Italia, è valido per coltivare l'albicocco, in terreni di medio impasto, sciolti, freschi, profondi, ben drenati, con scarso o nullo contenuto in calcare ed argilla. Induce una precoce messa a frutto ed anticipa la maturazione. E' sensibile ai nematodi ed al cancro batterico delle radici.
  • Mirabolano (P.cerasifera):  è il soggetto più diffuso in Italia e viene propagato per seme e presenta un'elevata adattabilità a diversi tipi di terreno. Questa adattabilità alle diverse condizioni pedologiche è il motivo principale della sua diffusione in Emilia-Romagna. Altre caratteristiche di questo portinnesto sono rappresentate dall'induzione ad un rapido sviluppo vegetativo della pianta, messa a frutto precoce rispetto al franco ma inferiore rispetto al pesco. Presenta alcune problematiche di utilizzo come l’affinità non sempre soddisfacente, la presenza della possibilità di rottura al punto d’innesto soprattutto quando vengono fatti troppo vicino al terreno (per superarlo è possibile eseguire l’innesto in testa e cioè al punto dell’impalcatura come ad es. nel vaso). Ottimi risultati si ottengono eseguendo il sovrainnesto o innesto intermedio di Susino ‘Regina Claudia’.
  • Susino: in Francia ed in Germania lo si utilizza come portinnesto dell'albicocco in terreni pesanti ed asfittici.

Portinnesti clonali
La necessità di avere portinnesti con maggiore uniformità rispetto ai semenzali di mirabolano, aventi buone caratterisitche, affini alle cultivar di albicocco più diffuse, ha spinto i ricercatori a selezionare portinnesti clonali, moltiplicabili per talea. Fra questi si ricordano i più vecchi e tradizionali Mirabolano GF31, Marianna GF8-1, Mirabolano B e GF677 ed altri più nuovi ed innovativi come Manicot GF 1236, Mirabolano 29C, Mr. S. 2/5, Montclar e Ishtara.
Grazie ad analisi chimico-fisiche del terreno ed alla diagnosi fogliare  è stato possibile stabilire indicativamente il fabbisogno in N, P, K per ettaro all’anno.

Elemento

Impianto (unità/ettaro)

Allevamento

 g (concimazione localizzata)

Produzione (unità/ettaro)

 

 

1° anno

2° anno

3° anno

 

N

---

200

300-400

400-500

100-150

P

200

 

 

 

50-70

K

400

 

 

 

150-180

Letame

70-80 t

 

 

 

 

Per quanto riguarda gli altri elementi minerali la situazione è la seguente:

  • Calcio: Può essere utile apportarlo sotto forma di carbonati in terreni privi di calcare;
  • Magnesio: l’asportazione annua è elevata (50-80 unità/ha anno);
  • Microelementi: le possibili carenze sono limitate ad alcuni elementi (Fe, Zn, B, Mn).
E’ opinione diffusa tra gli agricoltori che l’albicocco sia una specie poco esigente in termini di disponibilità idrica. In realtà l’albicocco rispondebene all’irrigazione pre-raccolta e, soprattutto, post-raccolta. Nel primo caso l’irrigazione permette di sfuggire ai danni da stress idrico che si manifesta con sintomi anche sui frutti. L’irrigazione post-raccolta è importante perché aumenta la differenziazione a fiore delle gemme riducendo il fenomeno dell’alternanza di produzione. Il sistema di irrigazione che si sta maggiormente diffondendo è quello a goccia che presenta i noti vantaggi rispetto ai tradizionali sistemi (irrigazione per gravità e per aspersione). Ovviamente tale pratica dovrà essere messa i relazione all’ambiente ed al portinnesto.
Complessivamente si può ritenere adeguato un quantitativo di acqua medio pari a 2000-3000 m3/ha annui.
In questo capitolo si vuole riassumere alcuni problemi che rendono difficoltosa la coltura dell’albicocco:
  1. Scarsa adattabilità delle singole cultivar alle diverse condiioni di coltura
  2. Estrema suscettibilità alle influenze edifico-climatiche
  3. La fioritura precoce lo espone ai pericoli delle gelate tardive
  4. La suscettibilità ai diversi patogeni, in particolare alla Monilia spp.
  5. Stato sanitario (le virosi possono aggravare il fenomeno della disaffinità, particolarmente per quelle varietà di più vecchia origine, e la cui propagazione non è quasi mai controllata sanitariamente)

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Frutteto con qualche decina di meli, peri e peschi

A proposito di utilizzo di trappole a feronomi, su un piccolo frutteto ha più senso mettere trappole per monitorare i voli o trappole di disorientamento ? Io sono un hobbista… Ma vorrei iniziare a limitare l'utilizzo di insetticidi. Il mio frutteto e' composto da una sessantina di piante fra meli, peschi, susini, ciliegi ed albicocchi sulla collina emiliana.

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